Roma, 25 giu – Prima lo spread, adesso la procedura d’infrazione. Il primo in autunno, la seconda adesso. Con il risultato di far calare ancora una volta la scure dell’austerità sui nostri conti pubblici.

Conti pubblici: cosa ha detto veramente Tria

La fiducia ostentata dal ministro dell’Economia Giovanni Tria equivale, così come in sede dell’ultima finanziaria, ad un’altra resa su tutta la linea. Prima fu la negoziazione del deficit, portato dal 2,9 al 2,4 e poi infine, con un’operazione di marketing, a 2,04%. Valore striminzito, indubbiamente troppo basso per far ripartire una domanda interna che è e rimane al palo. Numeri alla mano, al netto delle buone intenzioni fu una manovra fotocopia a quelle con cui conviviamo dal 2012 ad oggi.

L’occhio vigile della Commissione non ha però mai smesso di tenere d’occhio l’Italia e i suoi conti pubblici. L’ultimo aggiornamento è quello della scorsa primavera, quando si è palesata tutta la distanza fra noi e Bruxelles. Una distanza fatta di diverse metodologie di stima, con ad esempio il deficit previsto per il 2020 a tre punti percentuali e mezzo mentre il governo parla di un sensibilmente più basso 2,5%. Stesso discorso per quanto riguarda il debito pubblico, che la Commissione dà addirittura in rialzo mentre per via XX Settembre è lecito attendersi una sua riduzione.

Insomma, la non entusiasmante discussione tecnica fra i contendenti è in corso. E lascia però il tempo che trova, stante la possibilità da parte Ue di poter sbancare in qualsiasi momento. Solo così si spiega la clava della procedura d’infrazione, usata negli ultimi giorni per ricondurre l’esecutivo a più miti consigli. Prova ne siano proprio le parole di Tria, che ha annunciato l’intenzione di “tenere il deficit basso e continuare con l’obiettivo di diminuzione del debito non attraverso l’innalzamento delle tasse ma attraverso più basse spese correnti: questo è il nostro impegno verso il Parlamento e stiamo lavorando per soddisfare questo mandato con la prossima legge di bilancio”.

Un gioco a somma zero

Tradotto: al netto di qualche spazio di manovra, dovremo fare ancora i conti con una finanziaria improntata all’austerità sui conti pubblici. Magari con qualche misura spot che potrà dare un sollievo puramente cosmetico, visto che se una mano dà, l’altra deve necessariamente togliere. Era già successo con gli 80 euro in busta paga, rischia di accadere di nuovo con la flat tax che, per finanziarsi, già guarda a quel bonus Irpef come principale indiziato per reperire le risorse. Con il risultato di riportare l’asticella di nuovo al punto di partenza, in un gioco a somma zero che vedrà, per l’ennesima volta, i conti pubblici sacrificati – non meravigliamoci se poi dobbiamo inviare l’esercito per sopperire alla mancanza di medici che non vengono più assunti – sull’altare dei vincoli comunitari. E con essi, se la formula del Pil non è un’opinione e comprende con segno positivo la spesa dello Stato, anche un ritorno alla crescita che si allontana sempre più.

Filippo Burla

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1 commento

  1. Dalla foto si vede la classica faccia di chi è considerato simpatico ed accettabile dai burocrati stranieri in quanto fà i loro interessi e non quelli del nostro paese.Chiunque che rappresenta l’Italia se invece si oppone alle loro multinazionali e agli interessi nazionali stranieri è un cattivo ed un nemico con cui non si fanno risate insieme.

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