Roma, 23 ott – Società private, che rispondono ad interessi privati e sono tutto tranne che trasparenti. Senza partire da questo presupposto rischiamo di cadere nell’assunto – tipicamente liberista – per cui le agenzie di rating sarebbero soggetti terzi e indipendenti, preoccupati nient’altro che di emettere giudizi “neutrali”.

Niente di più falso, ovviamente. Moody’s, Fitch, Standard & Poor’s e consorelle sono tutto tranne che scevre da pregiudizi. E spesso, forse anche a causa di ciò, cascano in errori marchiani. Come quello per cui Lehman Brothers aveva, fino al giorno prima del tremendo crac che innescò il contagio della bolla immobiliare dagli Usa all’Europa, scatenando di fatto la grande recessione, rating massimo o giù di lì.


Il discorso potrebbe estendersi al crac Enron, a quello della contea di Orange. E fino al caso dell’Italia, che dopo la recente revisione operata da Moody’s è oggi ad un passo dal vcedere i propri titoli retrocedere al cosiddetto speculative grad”, vale a dire ad un passo dall’essere considerati “titoli spazzatura”.

Eppure, nel ragionamento operato dalle agenzie c’è qualcosa che non torna. L’Italia ha sì un debito pubblico elevato, ma se per onestà intellettuale allarghiamo lo spettro e consideriamo anche quello privato, sorpresa: finiamo nel gruppo dei “virtuosi”, in media con gli altri Paesi dell’Ue. C’è poi il discorso del deficit, vero: anche qui, il confronto con i vicini dà però ragione a noi: la Francia sono anni che fa deficit galoppanti, senza raggiungere il tanto agognato pareggio di bilancio dagli anni ’70. Sempre in confronto con la Francia, va detto che nonostante lo sforzo, quella italiana rimane comunque la seconda potenza industriale d’Europa, dietro solo alla Germania. E qui arriva il discorso dello spread: più che guardare al differenziale con i Bund tedeschi, sarebbe forse il caso di studiare qualche fondamentale di finanza in più e preoccuparsi della curva dei rendimenti, che segnalano come ad oggi il mercato non scommetta in alcun modo sul nostro default.

Senza considerare tutte queste variabili, mettendole a sistema, il giudizio ne risulterebbe alterato. Ed in effetti è proprio quello che succede, fino ad arrivare ad assurdi come quello del Botswana. Secondo Moody’s, la piccola nazione africana ha infatti un merito di credito superiore al nostro: A2 contro Baa3, ben quattro gradini di differenza. Peccato che in Botswana, dove i conti pubblici sono assolutamente sotto controllo – surplus di bilancio e 22% di debito pubblico – il 47% della popolazione viva con meno di due dollari al giorno, la povertà è endemica e si registrano gravissimi problemi sanitari fra cui cicliche epidemie di Aids. Forse è proprio quello che le agenzie di rating vorrebbero anche per l’Italia.

Filippo Burla

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