Londra, 17 nov – Nello storico referendum sulla “Brexit” del 23 giugno 2016 la Gran Bretagna ha scelto di lasciare l’Unione Europea e da allora una infinità di scenari sono stati teorizzati ed analizzati da una molteplicità di testate e di economisti. Ora che ci avviciniamo alla data fatidica del 29 marzo 2019 in cui la separazione diventerà effettiva possiamo fare il punto della situazione valutando una serie di fattori.

Tenendo presente che i principali motivi della Brexit sono stati la volontà di tornare una nazione sovrana e la sentita necessità di non sottostare alle politiche dettate dalla UE in tema di immigrazione, e che ad oggi la Gran Bretagna è ancora pienamente in Europa per cui dati ed analisi si riferiscono ad una situazione in cui non è materialmente cambiato nulla se non le aspettative dei mercati finanziari, cerchiamo di fare chiarezza su quello che è successo e quello che potrà succedere da qui a qualche mese.

L’economia britannica nel suo complesso è cresciuta nei primi due anni dopo il referendum,  rispettivamente dell’1,9% e dell’1,3%; in particolare lo 0,4% dell’trimestre giugno-settembre 2018 è la crescita più alta dal 2016, dovuta ad un aumento dei consumi interni e delle esportazioni, che hanno più che compensato la diminuzione degli investimenti.  Questi numeri potrebbero apparire come una sorpresa dato che le previsioni di molti degli oppositori alla Brexit erano catastrofiche, ma dobbiamo comunque dire che fattori esterni come una inaspettata crescita della domanda globale unita ad una attenta azione della banca centrale inglese hanno contribuito significativamente a queste cifre.

La disoccupazione è ai minimi storici al 4%, un dato che non si vedeva dagli anni 70 ed il mercato del lavoro si è rafforzato moltissimo. Particolarmente interessante è il dato riguardante i lavoratori part time e i lavoratori autonomi che sono in diminuzione rispetto agli occupati a tempo pieno.  Anche in questo caso teniamo per onestà intellettuale a ribadire che i dati si riferiscono alla situazione odierna in cui la Gran Bretagna è ancora a tutti gli effetti in Europa ciononostante è opportuno allo stesso modo ricordare le previsioni di molti analisti che scontavano un effetto immediato di perdita di posti di lavoro per la fuga di aziende e capitali dal territorio britannico.

I salari sono in lieve aumento sebbene l’incremento sia vanificato da un’inflazione ben superiore al target del 2% fissato dalla Bank of England, possiamo quindi dire che i salari reali sono in diminuzione così come la crescita della produttività, per correttezza va però detto che è un trend di lungo periodo iniziato prima della grande crisi del 2009 per cui l’esito referendario ha poco a che fare con questo dato.

I consumi interni sono aumentati notevolmente, e questo è un dato interessante, infatti nonostante i salari reali siano diminuiti la spesa per beni e servizi è in costante crescita, banalmente i britannici sembrano dimostrare grande ottimismo per il futuro preferendo spendere i loro soldi piuttosto che accantonarli.

Gli investimenti privati sono forse la nota più dolente ma anche quella più facilmente spiegabile in questo periodo di transizione.  In una fase di piena occupazione ci si potrebbe aspettare un grande stimolo agli investimenti, in quanto le aziende dovrebbero investire in macchinari e tecnologia per crescere non potendo attingere a nuovi lavoratori, invece il dato sugli investimenti cresce molto poco, solo il 2% nell’ultimo biennio a fronte del 13% stimato dalla banca centrale prima del referendum. Ma come dicevamo è un dato facilmente spiegabile con l’incertezza, in una situazione in cui vi sono state in rapida successione il referendum per l’indipendenza della Scozia nel 2014, le elezioni politiche nel 2015 e poi la consultazione per la Ue nel 2016 è piuttosto comprensibile che le aziende aspettino di avere un quadro più chiaro prima di investire massicciamente.

E’ importante ricordare che uno dei principi fondamentali della teoria economica è che i mercati si muovono in base a previsioni sul futuro e che i risultati del referendum hanno cambiato le aspettative ed i comportamenti, ma è altrettanto importante distinguere gli effetti dell’uscita dall’Unione europea (al momento nulli) dagli effetti derivanti dal processo di uscita, che sono quelli di cui stiamo parlando.

Certamente possiamo dire che a seguito dell’esito referendario non si è verificata la catastrofe preannunciata dagli oppositori alla Brexit che stimavano un crollo immediato di tutti gli indicatori economici, ma quali potranno essere gli effetti nel medio e nel lungo termine?  Ovviamente la risposta in questo caso è molto più complicata.

Bisognerà prima di tutto capire quale tipo di accordo verrà raggiunto e in che tempi.  Sebbene l’incubo di una “Hard Brexit” ovvero una uscita senza un documento di intesa sembra si stia allontanando, Theresa May sembra avere non poche difficoltà a mettere insieme le diverse istanze all’interno e a conciliarle con quelle dell’Unione Europea.  Il nodo fondamentale da sciogliere rimane la questione irlandese: tutti sono d’accordo che quando la Brexit diverrà effettiva non ci sarà un confine fisico tra l’Irlanda del Nord che è parte della Gran Bretagna e l’Irlanda che rimarrà nell’Unione Europea, ma di fatto con l’uscita dall’unione doganale che facilita gli scambi tra i paesi europei sarà difficile far rispettare questo confine a livello commerciale. Vi sarà comunque il famoso periodo di transizione che ufficialmente si aprirà il 29 marzo 2019 e dovrebbe durare fino a dicembre 2020 (salvo probabili proroghe) nel quale la Gran Bretagna potrà stringere accordi commerciali con paesi terzi, trovare una soluzione per gli europei residenti in UK e occuparsi di tutti gli altri non trascurabili aspetti pratici dell’uscita dall’Unione Europea.

Ovviamente un accordo solido e totale sarebbe la soluzione migliore per tutte le parti in causa, ma recenti studi affermano in maniera piuttosto convincente che l’impatto nel medio lungo termine sul Pil di un “No Deal” sarebbe comunque marginale.  Ma quali saranno i benefici economici reali derivanti dalla Brexit?

Un primo effetto sarà da subito piuttosto evidente, la Gran Bretagna è contributore netto (ovvero versa all’Europa più di quanto riceve) per circa 8 miliardi di sterline all’anno, ora potrà impiegare questi soldi al suo interno per facilitare la propria crescita, ma il vantaggio più grande dovrebbe essere quello di liberarsi dai regolamenti Ue e quindi avere la possibilità di stipulare accordi commerciali con altri paesi senza i vincoli comunitari, se questi accordi saranno soddisfacenti tutte le stime concordano sul fatto che l’economia britannica continuerà a crescere per un tasso vicino all’1,5% per i prossimi anni, un dato non entusiasmante, ma nemmeno la recessione tanto temuta e quasi auspicata dai sostenitori dell’Europa.

Sicuramente la Brexit rimodellerà l’economia britannica, alcuni settori sarano agevolati mentre altri incontreranno più difficoltà a seconda delle barriere (non solo doganali) che si troveranno davanti. La grande sfida sarà quella di mettere in atto delle politiche attive in materia di occupazione che possano aiutare il trasferimento di lavoratori tra i vari settori.

Ma forse piu che sulle analisi di natura economica misurate in termini di punti percentuali di prodotto interno lordo è importante focalizzarsi sulla valutazione fatta dai britannici sui rischi nel medio lungo termine insiti nel rimanere all’interno di questa Unione Europea, una istituzione distante dai bisogni dei singoli paesi, incapace di affrontare una crisi migratoria che ora si è solo affievolita, con una fortissima divergenze di vedute tra il blocco di Visegrad e gli altri paesi  ed una disparità economica incredibile tra paesi del Nord e del Sud Europa, evidentemente si è preferito affrontare un periodo di calcolata incertezza piuttosto che decidere di aspettarne l’implosione.

Claudio Freschi

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2 Commenti

  1. Scusate ma il Regno Unito tecnicamente è ancora nella UE, come fate a rappresentare questi numeri come un successo dovuto alla Brexit, che ancora deve materialmente realizzarsi?

  2. […] L’articolo Crescita record e piena occupazione: così la Brexit ha già vinto proviene da Il Primato Nazionale. (adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({}); (adsbygoogle = window.adsbygoogle || []).push({}); // Sharrre jQuery(document).ready(function(){ jQuery('#twitter-footer').sharrre({ share: { twitter: true }, template: 'Share on Twitter', enableHover: false, enableTracking: true, buttons: { twitter: {via: ''}}, click: function(api, options){ api.simulateClick(); api.openPopup('twitter'); } }); jQuery('#facebook-footer').sharrre({ share: { facebook: true }, template: 'Share on Facebook{total}', enableHover: false, enableTracking: true, buttons:{layout: 'box_count'}, click: function(api, options){ api.simulateClick(); api.openPopup('facebook'); } }); }); […]

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