Roma, 15 gen – Meno 1,7% su base mensile, con un calo che su base annuale supera agevolmente il 3%. Sono questi i dati aggregati della produzione industriale in Europa, numeri che fanno precipitare il vecchio continente verso lo spettro di una nuova recessione.

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Il raffreddamento dell’economia europea, sia pur atteso, è stato più duro del previsto. E ha toccato i minimi da tre anni a questa parte. A pesare è soprattutto la manifattura, praticamente ferma, mentre l’auspicato “rimbalzo” del settore auto non arriva ma anzi il settore continua a rimanere in territorio negativo. Il calo è generalizzato e tocca anche il “gigante” tedesco: anno su anno, la Germania sfiora il -5%. Meglio non va per Francia (-1,9%) e Spagna, che di poco non tocca i tre punti percentuali.

Fra le cause dell’importante rallentamento, che rischia di far ripiombare l’Europa nell’incubo della recessione, la più importante è indubbiamente il clima internazionale. Cina su tutti,  che non sembra più in grado di garantire lo “sbocco” degli anni scorsi, presa com’è da tassi di crescita sempre calanti. E che impattano anche sul suo import, che in dicembre è calato del 7,6%. Soffre quindi la domanda globale e a risentirne è la produzione industriale (e l’economia) europea. Segno, quest’ultimo, che la dinamica di andare alla ricerca dell’esportazione ad ogni costo è un’architettura capace sì di garantire surplus, ma anche fragilissima in caso di tensioni internazionali. Una via, questa, scelta dalla Germania – che infatti è la prima a risentirne – ma allo stesso tempo imposta agli altri membri dell’eurozona. Il castello di carte è però crollato al primo rifolo di vento, senza poter contare sulla componente di una domanda interna soffocata da anni di austerità utile solo a comprimerla per recuperare margini proprio sull’estero. Un gioco pericoloso che si rompe nel momento in cui il resto del mondo sembra tirare il freno.

Non è un caso, al contrario, che a risentire meno di queste tensioni sullo scenario globale siano quelle nazioni, pur membre dell’Ue, che non adottano la moneta unica e godono quindi di maggiori margini di manovra. Parliamo ad esempio di Polonia e Ungheria, la cui produzione industriale rimane su livelli record: +5,3 e +3,5% rispettivamente. A dimostrazione che c’è vita al di fuori dell’euro.

Filippo Burla

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