Roma, 8 ago – Il Decreto Dignità, dopo la sua approvazione alla Camera, passa anche al Senato e diventa legge. Esulta Di Maio: con questa legge  avremo nuove assunzioni, pari a 30 mila unità al netto di 8 mila posti persi la previsione fatta dal vicepremier, poiché la legge prevede incentivi alle imprese che dovrebbero favorire la creazione di nuovi posti di lavoro.

La predizione deltitolare del ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico potrebbe però non realizzarsi perché la legge, visto i provvedimenti contenuti, rischia di essere, utilizzando una terminologia in voga oggi, un Jobs Act 2.0. Il dispositivo prevede infatti limiti alle assunzioni con contratti atipici, fino a 24 mesi con causale, che potrebbero “incoraggiare” la precarietà, con la probabilità che essa sia una continuazione dell’operato delle precedenti amministrazioni.

Da qui possiamo dunque affermare che il Decreto Dignità non è la soluzione al lavoro precario, anzi si profila una sua cristallizzazione. Il problema del mercato del lavoro è dovuta da una crescita lenta, pertanto è necessario per favorire la ripresa e non l’applicazione di nuovi strumenti da utilizzare sui contratti atipici, perché senza crescita c’è il rischio che le imprese decidano di far decorrere i termini contrattuali e dare il benservito ai lavoratori. Al contrario, si deve intervenire ragionevolmente sul costo del lavoro e a tal proposito la decontribuzione parziale (riservata però ai giovani) rischia di essere effimera: stiamo parlando di una proroga ad un provvedimento varato dai governi Renzi prima e Gentiloni dopo, che pur buono nelle intenzioni non ha però riscontrato grandi risultati nella pratica.

Gianluca Calà

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