della valle moretti-2Roma, 26 mar – «Se Mauro Moretti avesse il coraggio e la dignità di andarsene, troverebbe milioni di italiani pronti ad accompagnarlo a casa: sono tutti quei passeggeri costretti a viaggiare su treni vecchi e ad usare stazioni decrepite e poco sicure, senza nessun rispetto per la loro dignità». Non usa mezzi termini Diego Della Valle per commentare la presa di posizione dell’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato che, pochi giorni fa, aveva velatamente minacciato una possibile uscita dal gruppo FS se il suo stipendio fosse stato tagliato nell’ambito della spending review che mira a colpire anche i dirigenti pubblici. «Io prendo 850mila euro l’anno, il mio omologo tedesco ne prende tre volte e mezzo: siamo imprese che stanno sul mercato ed è evidente che sul mercato bisogna avere la possibilità di retribuire. I dirigenti non possono prendere meno del presidente della Repubblica», ha affermato Moretti, chiosando poi: «Lo Stato può fare quello che desidera: sconterà che una buona parte di manager andrà via, lo deve mettere in conto».

Una dichiarazione, quella di Moretti, che ha scatenato una ridda di commenti da parte politica e non, censurando quella che si vuole far passare per una boutade o –peggio- un’incapacità del bambino viziato di accontentarsi del tanto che già ha. Certo, nel momento attuale a fare i preziosi su “qualche” centinaia di migliaia di euro si rischia di passare per maleducati, dimostrando di avere poco tatto. E però, il discorso che fa l’ad delle Ferrovie è proprio sbagliato?

Amava sottolineare Andreotti che esistono due categorie di matti: chi si crede Napoleone e chi pensa di poter risanare le Ferrovie dello Stato. Moretti non ha certo il physique du role del primo, eppure sembra riuscito in qualche modo a perseguire il secondo obiettivo. Le Ferrovie vivono sì di contributi pubblici –come d’altronde è stato dalla loro creazione ad inizio novecento- ma non avevano mai presentato un bilancio con i conti in ordine. Risultato raggiunto invece dall’attuale gestione: il conto economico si chiude senza rosso da ormai quattro esercizi, con investimenti fatti all’interno -dunque senza la generosa mano pubblica- in costante crescita e significativi successi nel settore dell’alta velocità. Il costo di tutto questo? Riduzioni anche dolorose dell’organico, processi di efficientamento interno, focus sui treni rapidi lungo la dorsale Milano-Roma-Napoli, aumenti di tariffe. Con ovvi disagi per quanto riguarda il “residuo” trasporto pendolari, sul quale tuttavia occorre precisare che le Ferrovie fondano il (discutibile, allo stato delle cose) servizio universale sulla base di accordi con quelle sacche di inefficienza che sono le amministrazioni regionali, cui è stata senza troppa logica affidata la competenza in materia. Luci e ombre quindi, come in qualsiasi realtà di grandi dimensioni.

Nel rapporto costi/benefici si può quindi tirare una somma sull’entità dello stipendio di Moretti? Difficile, se non addirittura perfettamente inutile. Anzitutto perché le Ferrovie non sono più un ente pubblico economico ma una società per azioni, soggetta al diritto privato e dunque solo indirettamente potranno essere toccate dal processo in corso di revisione della spesa. In secondo luogo perché la questione di fondo non concerne il trattamento economico degli alti dirigenti ma, semmai, le loro capacità ed il modo in cui un’azienda –e di più se svolge un servizio pubblico- è gestita. Invece che riflettere sugli 850mila euro dell’ad delle Ferrovie per spuntare forse una riduzione molto scenografica quanto senza risultati all’atto pratico, sarà forse il caso di ripensare l’intero servizio. Non serve che Renzi affronti l’argomento in termini di differenze salariali, visto che un serio modo di far fronte alla questione partirebbe dal presupposto che la garanzia dell’accesso a tutti i cittadini ad un sistema di trasporto efficiente ha molti più tratti di giustizia sociale di qualsiasi altro discorso mediatico sulla distanza in busta paga fra operai e alta dirigenza.

Curioso, in ultimo, che ad intervenire a gamba tesa sulla questione sia stato proprio Diego Della Valle. Stiamo parlando di quel Della Valle la cui società ferroviaria –guarda caso proprio diretta concorrente delle Fs- non è ancora riuscita a chiudere un bilancio in utile. E sempre lo stesso imprenditore marchigiano che de localizza le proprie industrie tra Cina e Romania, decantando un supposto “made in Italy” mentre il settore calzaturiero nazionale ha visto scomparire centinaia di aziende artigiane non in grado di reggere la concorrenza sleale dei paesi asiatici e dell’est Europa. Ecco allora che qualche dubbio rimane: saranno i pendolari italiani ad accompagnare Moretti all’estero, o forse è più probabile che saranno gli operai lasciati a casa dalle politiche del signor Tod’s a fare letteralmente le scarpe a quest’ultimo?

Filippo Burla

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