Roma, 18 set – Con la nota arrivata lo scorso tredici settembre, la Consob ha accertato il controllo dei francesi di Vivendi su Tim. L’autorità per la vigilanza dei mercati finanziari presieduta da Giuseppe Vegas “ad esito di una approfondita analisi della normativa in vigore e degli elementi di fatto […] ha concluso che la partecipazione di Vivendi in Tim debba essere qualificata come una partecipazione di controllo di fatto”. Una conclusione più che logica e purtroppo neanche così tempestiva, dal momento che la scalata del gruppo presieduto dal finanziere bretone Vincent Bolloré è partita oltre due anni fa (6.66% a giugno 2015) e si è gradualmente perfezionata fino alla quota di oltre il 23% già nel corso del 2016.

Fra gli elementi a sostegno dell’autorità italiana figura la risoluzione del rapporto con l’ex ad Flavio Cattaneo, decisa su “esclusiva iniziativa” del neo presidente di Tim, Arnaud De Puyfontaine (attuale ad di Vivendi). L’uscita del manager italiano, accompagnata da un bonus plurimilionario dopo soli quindici mesi di incarico, era arrivata prima dell’estate, giustificata da una manifesta conflittualità tra l’azienda e il governo italiano sul tema dei finanziamenti per la banda ultralarga (meno di tre miliardi di euro finiti tutti nelle tasche della joint venture Enel-Cdp “Open Fiber”). Una frizione troppo ingombrante per i francesi, già sotto la lente dell’esecutivo per la contemporanea scalata a Mediaset. Su tale partecipazione Vivendi è stata chiamata dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ad adottare un piano di congelamento dei diritti di voto, per ovviare ai limiti sulla presenza nel settore delle tlc e dei media imposti dalla legge Gasparri.

Non solo: sempre De Puyfontaine aveva impegnato l’azienda, di fronte alla Commissione Europea, alla cessione della controllata Persidera per non incorrere nelle limitazioni imposte dalle leggi antitrust comunitarie, “senza il coinvolgimento del cda di Telecom Italia” che aveva invece sottolineato la “strategicità di questa partecipazione”. Per non citare la conclusione dell’accordo con la controllata di Vivendi “Canal+”, tema mai passato nel cda Tim e probabilmente prima pietra del noto progetto transalpino per la creazione di una grande media company europea. E senza contare l’ingresso dell’israeliano Amos Genish, sempre in quota Vivendi, al timone dell’azienda nella veste di direttore operativo.

In base al decreto 56 del 2012 in materia di poteri speciali sugli assetti societari di rilevanza nazionale, la mancata notifica della posizione in Tim potrebbe costare molto cara al gruppo di Bolloré: si potrebbe arrivare alla sospensione dei diritti di voto in assemblea e a una sanzione miliardaria. Anche se le cifre che circolano in queste ore parlano una multa inferiore ai trecento milioni di euro.

È tuttavia evidente a tutti come la posta in gioco sia ben più alta, lo era perfino ai tempi del governo Letta, che aveva adottato il decreto sopra citato e al cui cospetto l’attuale esecutivo sta riuscendo in una figura ben più magra. Basta ricordare le mosse italiane quando ad acquisire peso in Telecom Italia erano stati gli spagnoli di Telefonica: nel 2013 con un decreto vennero fatti rientrare fra gli asset di rilevanza strategica anche i servizi a banda larga e ultralarga. Non sarebbe quindi solo la rete internazionale di Sparkle a essere meritevole della cosiddetta “golden power” governativa, come si scrive da più parti negli ultimi mesi. Sulla controllata Tim, proprietaria di un’estesa rete internazionale di cavi in fibra ottica, si è in effetti questionato fin troppo, arrivando a individuarvi una sorta di spectre custode delle più segrete informazioni del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, quando si tratta più prosaicamente di una società proprietaria di un’infrastruttura, distinta dalle informazioni che vi transitano sopra (quando riservate evidentemente protette da crittografia), parimenti a quanto accade sulle reti dei Paesi in cui tali comunicazioni si originano e terminano. Se a essere fondamentale è la rete di Sparkle non si spiega come non debba ancor di più esserlo quella italiana, che oggi non suscita il minimo interesse mentre solo nel 2013 era stata al centro delle attenzioni di un governo che certamente non brillava per indipendenza. Qualcuno dovrebbe almeno spiegare se e cosa sia nel frattempo cambiato.

Armando Haller

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