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LavoroRoma, 3 apr – È uscito oggi il comunicato stampa dell’Istat che riporta un calo della disoccupazione totale che si assesta all’11,5%, ma, soprattutto, di quella giovanile che scende al 35,2%. Questi dati, seppur positivi e confortanti, vanno analizzati accuratamente, onde evitare festeggiamenti e annunci “vittoriosi” da parte della classe dirigente politica, poco attenta ai fenomeni correlati. Gentiloni, infatti, non si è fatto attendere ed ha subito esternato un’immensa soddisfazione per i risultati che hanno dato le riforme in questi anni. Luca Lotti addirittura li interpreta come una vittoria del Jobs Act e si scaglia contro le polemiche che lo hanno denigrato.
Ma è veramente così? Certamente non si può cantare vittoria sulla visione superficiale di qualche percentuale senza considerarne i più svariati aspetti, come ad esempio il tasso di occupazione (stabile, in pratica non si creano posti di lavoro), il tipo di occupazione, di contratto, il grado di incidenza sulla produttività, ect. . Perché la disoccupazione può anche diminuire del 10% in un mese, ma se questo 10% confluisce tutto nei cosiddetti “mcjobs”, o in occupazioni a breve termine, non c’è nulla da festeggiare, anzi: c’è da piangere.
Lo stesso comunicato stampa dell’Istat parla chiaro, eppure non tutta la classe dirigente politica, come non tutti i giornali, lo hanno letto a fondo.

Innanzitutto i dati riportati dal comunicato si dividono in dati trimestrali e dati mensili con riferimento al mese di febbraio 2017. Come è stato già accennato il tasso di occupati è stabile rispetto a gennaio e non presenta alcun aumento o calo, mantenendosi su livelli prossimi a quelli dei quattro mesi precedenti. I nuovi occupati totali sono pari a 14mila persone (per lo più donne ed ultracinquantenni), ovvero uno scarso 0,1%, determinato soprattutto da lavoratori a termine. Quindi ad aumentare in questo periodo di tempo sono il numero delle donne occupate e degli ultracinquantenni, mentre cala il numero di uomini occupati, come calano anche i lavoratori a tempo indeterminato, a dispetto dei dipendenti con un contratto a termine che invece aumentano: quindi meno posti di lavoro fissi e aumenta il precariato. Ma è proprio questo il principale attacco che viene fatto alla riforma del Jobs Act dove il lavoro cessa di essere un diritto garantito dalla Costituzione determinando un maggiore disagio ed insicurezza per il futuro del cittadino lavoratore. Sempre nel trimestre da dicembre a febbraio, all’impercettibile crescita di occupati, si accompagna un deciso calo dei disoccupati del 2,0%, pari a -61 mila persone, ma a questo dato consegue però un aumento degli inattivi dello 0,2%, pari a +27 mila persone.La disoccupazione totale, nel trimestre, diminuisce quindi del 2,0%, ma bisogna sempre fare una considerazione su cosa consistono queste nuove occupazioni, dove viene impiegata la nuova forza lavoro, in che modo e con quali criteri (orario, retribuzione, termine).

Per quanto riguarda il mese di febbraio, ciò che diminuisce in maniera rilevante sono le persone in cerca di occupazione, dato che registra un forte calo su base mensile del 2,7% (in pratica circa 87mila persone smettono di cercare un’occupazione). Questo dato interessa soprattutto uomini e donne compresi nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni e gli over50.
Ma come abbiamo constatato precedentemente, c’è un forte senso di disagio e di preoccupazione se la maggior parte dei giovani ha di fatto rinunciato a cercare un lavoro, specialmente se sono aumentate le occupazioni a breve termine, il che può indurre a pensare, senza alcuna certezza però, che queste occupazioni non sono definitive nella vita e nel la formazione di un giovane lavoratore. Aumenta di conseguenza il numero di inattivi complessivo, all’incirca dello 0,1% in più su base mensile, questi sono persone che non fanno parte della forza lavoro e che non sono in cerca di un’occupazione. Sono circa 51mila persone, di cui fanno parte soprattutto uomini. Un dato che su base mensile non è da sottovalutare. La domanda che la classe dirigente politica dovrebbe porsi è: cosa determina questo aumento degli inattivi? Se dunque l’occupazione rimane pressoché stabile, diminuiscono i lavori a tempo indeterminato e aumenta il monte di ore lavorate, siamo sicuri che questi dati siano una vittoria delle riforme? Oppure la realtà è quella dove i dati che vengono ritenuti positivi nascondono in realtà un enorme disagio, perché i posti di lavoro offerti evidentemente non sono allettanti, non garantiscono ai lavoratori una qualità della vita decente, né una prospettiva futura per i giovani lavoratori? Non è un caso che aumentino i posti di lavoro per gli ultracinquantenni, infatti l’Istat dichiara, alla fine del comunicato, che: “Al netto dell’effetto della componente demografica, su base annua, cresce l’incidenza degli occupati sulla popolazione in tutte le classi di età e si conferma il ruolo predominante degli ultracinquantenni nello spiegare la crescita occupazionale, anche per effetto dell’aumento dell’età pensionabile.” Come può definirsi una vittoria delle riforme un fenomeno nel quale i dati dell’Istat vengono influenzati in maniera determinante dall’aumento dell’età pensionabile?

Ricapitolando i dati su base annuale (quindi rispetto l’anno scorso): si conferma la tendenza all’aumento del numero di occupati con un 1,3% pari a 294mila nuovi lavoratori che si dividono in: dipendenti (280mila, di cui 178mila a termine e 102mila permanenti, meno della metà), sia in misura più contenuta gli indipendenti (14mila). Aumenta il numero di occupati per entrambi le componenti di genere, in particolare gli ultracinquantenni (+402mila) e più contenuta i giovani (di soli +15mila) Nello stesso periodo calano sia i disoccupati (-0,6%, pari a -18 mila) sia gli inattivi (-2,7%, pari a -380 mila). Ciò che è interessante da analizzare però non sono unicamente i 294mila nuovi lavoratori, il tasso di occupazione, di disoccupazione ed inattività. Ma quanto questi incidano nella produzione e nel fatturato industriale (per il Pil bisognerà aspettare il mese di giugno, ma ricordiamo la crescita quasi immobile nell’ultima analisi), senza dimenticare i dati relativi al monte delle ore complessive dei dipendenti, il tutto sempre secondo da quanto ci viene fornito dall’Istat (per i dati non aggiornati al mese di febbraio ci si limiterà a rapportarli con il trimestre relativo). Prima di procedere è bene fare una distinzione su “variazione tendenziale” e “variazione congiunturale” al fine di una migliore comprensione: per “variazione tendenziale” si intende normalmente la variazione (in termini percentuali) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Mentre per “variazione congiunturale” si intende la variazione di una grandezza rispetto al periodo di rilevazione precedente (un mese, un trimestre, ect.).

Nei prossimi giorni (il 10 Aprile) usciranno gli aggiornamenti che valuteranno l’incidenza degli ultimi dati riguardanti l’occupazione sulla produzione industriale. Nel frattempo si possono considerare i dati relativi all’ultimo trimestre in rapporto con il mese di gennaio. Sulla base che va a partire da gennaio 2010 si ha una variazione congiunturale mensile negativa del 2,3%, mentre quella tendenziale, anch’essa negativa, è dello 0,5% (quindi -0,5% rispetto l’anno precedente, nonostante l’occupazione di 293mila nuovi lavoratori). Di fatto l’aumento trimestrale dei posti di lavoro e dell’occupazione, non influiscono affatto sulla tendenza negativa della produzione industriale che scende progressivamente sin dal gennaio del 2011. L’unica nota positiva riguarda l’aumento del 3,1% sulla produzione dell’energia. Cala invece, su base congiunturale, la produzione dei beni strumentali (-5,3%), beni intermedi (-3,4%) e dei beni di consumo (-1,6%) che si trasformano, in valori tendenziali, in un +14,4% sull’energia, -6,2% sui beni strumentali e, in misura più lieve, -1,9% per i beni di consumo e infine -1,4% per i beni intermedi. Come sottolinea l’ISTAT: “Le diminuzioni maggiori si registrano nei comparti delle altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (-9,5%), dell’industria del legno, della carta e stampa (-8,5%) e dell’attività estrattiva (-5,9%).” I dati dunque parlano chiaro: i valori positivi riguardanti l’occupazione trimestrale non hanno avuto alcuna incidenza positiva, se non per quanto riguarda la produzione energetica.

Passando al fatturato industriale (dati del gennaio 2017) si conferma il brutto momento della produzione industriale, la netta flessione del fatturato dopo mesi di crescita fino al dicembre del 2016, mese che paradossalmente stabilisce una crescita dell’occupazione. Infatti nei valori trimestrali il fatturato registra una crescita complessiva, ma sul dato mensile, rispetto a dicembre: “l’industria rileva una flessione sia del fatturato (-3,5%), sia degli ordinativi (-2,9%), dopo tre mesi di crescita congiunturale”. Ma ciò che più riguarda il lavoratore sono il monte delle ore lavorate (dati del dicembre 2016): anche questo dato dovrebbe far riflettere, seppur non proprio recente mostra come sia presente un aumento sia congiunturale che tendenziale del monte delle ore lavorate: +0,9% il primo, +4,2% il secondo. In pratica non solo si lavora di più, ma la maggior parte dei lavori offerti sono a tempo determinato. Una volta analizzato ciò non stupisce il fatto che c’è un aumento congiunturale degli inattivi. La gente vuole lavorare, certo, ma con delle garanzie precise in termini di retribuzione e qualità della vita.

Quindi ricapitolando il tutto: aumentano i posti di lavoro (attenzione, soprattutto per donne e ultracinquantenni), aumentano le ore complessive, la maggior parte di questi lavoro sono a tempo determinato e, infine, diminuisce la produzione ed il reddito industriale. Possibile che nessuno si domandi quali siano questi nuovi posti di lavoro, se influiscano positivamente sulla vita del cittadino e, soprattutto, sulla comunità, visto i dati abbastanza allarmanti riguardanti la produzione industriale? Quella che è stata presentata come una vittoria delle riforme da parte della sinistra italiana, è in realtà l’ennesima presa in giro da parte di una classe dirigente politica che non solo è al governo senza il consenso elettorale, ma ha il coraggio di difendere un operato quanto meno discutibile ed inefficiente. Come al solito, a farne le spese, sono sempre i cittadini lavoratori.

Davide D’Anselmi

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