Novi Ligure, 7 nov – La fabbrica Pernigotti di Novi Ligure, storica produttrice di cioccolatini, chiude e con essa vengono messi a rischio cento posti di lavoro. L’azienda dolciaria, che alla spalle ha una storia di 150 anni, da qualche anno era passata sotto il controllo del gruppo turco Tuksoz, e le preoccupazioni erano nell’aria.

Tiziano Crocco, sindacalista di Uila afferma infatti: “Certo prima o poi ce lo aspettavamo ma la follia di tutta la vicenda è che hanno perso 50 milioni di euro per arrivare alla chiusura dopo cinque anni quando, con un piano industriale serio cinque anni fa e l’uso di ammortizzatori sociali forse si riuscivano a salvare bilanci e posti di lavoro”.

Invece i turchi, dopo cinque anni in cui hanno accumulato solo perdite, hanno detto basta, e la loro scelta sembra essere definitiva. “L’amministratore delegato era accompagnato dai legali e ci ha comunicato che non sono interessati allo stabilimento – rivela Crocco – I pochi impiegati del settore commerciale che rimarranno saranno trasferiti a Milano”.

In fabbrica è stata proclamata un’assemblea permanente e i lavoratori non sembrano disposti a fermare la protesta. Del resto, ne va del loro futuro e di quello di cento famiglie. Così come pesanti ripercussioni si avranno sul tessuto sociale ed economico della zona, che grazie alla produzione dolciaria ha avuto grande lustro nel corso degli anni. Proprio perché Pernigotti è un nome prestigioso, conosciuto in tutto il mondo, il marchio rimarrà, ma si teme che la produzione venga delocalizzata, probabilmente all’estero. Non si spiegano altrimenti i cento licenziamenti annunciati.

Quando nel 2013 i turchi di Tuksoz acquistarono la Pernigotti, si disse che si sarebbe agito in un’ottica di continuità e sviluppo. Così non è stato. All’epoca la Coldiretti dichiarò: “C’è da augurarsi che il cambiamento di proprietà al gruppo Toksoz, il maggior produttore mondiale di nocciole, non significhi lo spostamento delle fonti di approvvigionamento della materia prima importante come le nocciole a danno dei coltivatori italiani e piemontesi che offrono un prodotto di più alti standard qualitativi. Il passaggio di proprietà ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione”. Un timore che ha trovato fondamento ed è diventato realtà.

Anna Pedri

 

 

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