Roma, 12 gen – L’anno appena concluso è stato sicuramente uno degli anni peggiori per gli investitori a livello globale, non tanto in termini di perdite percentuali, comunque rilevanti, ma soprattutto perché praticamente ogni singolo mercato o categoria di investimento ha avuto performance negative. Che siano state azioni od obbligazioni, titoli di Stato o materie prime, mercati emergenti o valute, quasi nulla si è salvato. Rischi geopolitici, guerre commerciali, rallentamento della crescita economica, sono tutti fattori che hanno contribuito a rendere il 2018 un anno davvero da dimenticare per i mercati finanziari, citando il Nobel danese Niels Bohr che affermava sarcasticamente che “fare previsioni è estremamente difficile, soprattutto per il futuro” proviamo a vedere cosa è lecito aspettarsi dal 2019.

La grande locomotiva dell’economia mondiale, ovvero gli Stati Uniti, ha iniziato a dare qualche preoccupante segno di rallentamento rivedendo al ribasso le stime di crescita del PIL che sarà circa del 2,6% per l’anno appena iniziato.  Seppur tecnicamente ancora in buona salute, l’economia americana viene vista dagli investitori come vicina alla fine del suo ciclo, spingendo alcuni analisti a prospettare una probabile  recessione che potrebbe arrivare al più tardi nel 2021. Tutto questo porta la maggior parte degli esperti a pensare che per Wall Street non sarà una stagione facile, se i dati del primo trimestre confermeranno le stime al ribasso dei dividendi per le maggiori società quotate è lecito attendersi l’inizio di un “Bear Market”, letteralmente il mercato dell’orso, animale che viene tradizionalmente associato alle annate borsistiche negative.

In tutto questo la politica restrittiva della Federal Reserve, la banca centrale americana, che prosegue nella sua corsa al rialzo dei tassi sotto il nuovo presidente Jerome Powell è fonte di ulteriore preoccupazione.  I quattro aumenti avvenuti nel 2018 e gli ulteriori incrementi programmati per quest’anno fanno temere che il costo del denaro divenga troppo alto per le imprese, che saranno così costrette a ridurre gli investimenti e contrarre le assunzioni, con ovvie conseguenze sulla crescita. Proprio Powell e la Fed sono diventati il principale bersaglio del Presidente Trump, il quale non ha lesinato critiche alle politiche della banca centrale americana arrivando a definire la Federal Reserve come “l’unico problema dell’economia americana”, accusandoli, non del tutto ingiustamente, di non avere alcuna sensibilità sul mercato, di muoversi con lentezza secondo schemi prefissati e non con la velocità che le moderne politiche economiche e monetarie richiederebbero.

Di contro, anche il presidente Trump ci ha messo del suo nel destabilizzare il mercato con le sue prese di posizione.  Se da un punto di vista strategico è piuttosto condivisibile la volontà di tutelare gli interessi degli Usa imponendo restrizioni e dazi ai partner commerciali al fine di rinegoziare accordi più vantaggiosi, le crescenti tensioni con la Cina hanno iniziato a preoccupare seriamente gli investitori che guardano con ansia alla data del 1 marzo fissata come termine ultimo per un accordo commerciale tra le due maggiori economie mondiali.  Se Trump e Xi Jinping  troveranno un punto di incontro  i mercati finanziari potrebbero riprendere fiato, in caso contrario aspettiamoci un peggioramento degli indici mondiali.

Gli effetti più evidenti di questa guerra commerciale in realtà si sono visti fuori dagli Stati Uniti. La Cina, il Giappone e l’Europa hanno mostrato evidenti segni di rallentamento della crescita, soprattutto nell’ultimo trimestre del 2018, confermati da ulteriori segnali di indebolimento come il crollo del prezzo del petrolio e del rame.

Mentre sulla Cina è ancora più difficile  fare previsioni in quanto il governo fornisce esclusivamente dati ufficiali spesso non particolarmente veritieri,  il Giappone  è probabilmente arrivato alla fine di un ciclo economico, che grazie alle politiche lungimiranti di Shinzo Abe ha visto anni di grande crescita,  ma ora si troverà ad affrontare i cronici problemi di inflazione che rimarrà sotto i livelli attesi dalla Bank of Japan nonostante una disoccupazione che ha raggiunto i minimi storici e tassi di interesse negativi, per cui in pochi pensano che l’indice Nikkei potrà dare soddisfazioni nel 2019

L’Europa attraversa poi una fase complicata, al rallentamento della crescita economica si aggiunge una forte tensione politica. La lunghissima e per ora senza esito trattativa per la Brexit è un fattore importante per i mercati. Sebbene diversi studi abbiano messo in evidenza che anche in caso di No Deal, ovvero in caso non si trovasse un accordo tra le parti, gli effetti sull’economia britannica e di riflesso su quella europea saranno nel lungo termine piuttosto limitati, il discorso per i mercati finanziari può risultare molto diverso.  Come sempre gli investitori tendono ad anticipare gli effetti sull’economia reale, e il clima di incertezza relativo ad uno slittamento degli accordi può favorire una forte volatilità sui mercati azionari e valutari.

La stessa incertezza si riflette nel resto dei paesi europei. Le ingerenze dell’Unione Europea nelle politiche economiche delle singole nazioni iniziano ad essere fortemente avversate da più parti, le folli politiche di austerity hanno causato un tale malessere diffuso ed un peggioramento dei principali indicatori economici, che per le prossime elezioni di maggio tutti gli analisti si aspettano uno stravolgimento dell’attuale parlamento europeo.  E’ chiaro che l’affermazione di forze politiche meno concilianti nei confronti dell’Unione Europea porterebbe se non a metterne in dubbio la stessa esistenza, quanto meno a prospettare un deciso, quanto auspicabile cambio di rotta.  Anche in questo caso però l’incertezza e il timore sul futuro dell’Europa porterebbe ad una forte volatilità sui mercati azionari.  Di contro una affermazione delle forze “europeiste” potrebbe avrebbe delle serie conseguenze sul riacutizzarsi degli scontri sul debito pubblico italiano.

Come abbiamo visto i fattori di criticità per i mercati finanziari saranno parecchi e non andranno  sottovalutati, tuttavia non è ancora il momento di cedere al panico. Le discese dei prezzi di molti strumenti finanziari hanno si causato preoccupazione, ma hanno riportato le valutazioni a livelli interessanti ed in alcuni casi appetibili, verosimilmente assisteremo ad un altro anno molto volatile sui mercati azionari, con fluttuazioni anche importanti ma che potrebbero non essere drammatiche. Nonostante se ne inizi a parlare la parola recessione viene al momento solo sussurrata, molto dipenderà dalla velocità con cui le banche centrali reagiranno ai probabili peggioramenti della congiuntura economica soprattutto in Usa e in Europa, dove non dimentichiamoci che è in programma la fine del Quantitative Easing e si assisterà, ad ottobre, alla nomina del nuovo presidente della BCE al posto di Mario Draghi arrivato a fine mandato. Se dovesse prevalere nella corsa il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, un falco delle politiche restrittive, assisteremmo ad una ulteriore germanizzazione della Banca Centrale Europea, e questo potrebbe non essere un segnale favorevole per il medio lungo periodo, ma al momento è ancora troppo presto per questo tipo di valutazioni.

Claudio Freschi

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