logo_enav_2Roma, 24 apr – In un contesto di marcata contrazione del mercato l’utile netto sale a quota 50 milioni, in crescita di quasi il 10% rispetto al 2012. Basterebbe questo per chiudere la pratica Enav, bocciando senza mezzi termini l’ipotesi di quotazione del 49% dell’ente pubblico che si occupa dell’assistenza al volo.

«Il risultato di bilancio va al di là delle nostre aspettative. Nelle ultime settimane, quando abbiamo messo assieme gli ultimi numeri del bilancio, siamo rimasti sorpresi noi stessi dei risultati», è stato il commento di Massimo Garbini, amministratore unico della società . Una società che opera in totale monopolio e sotto l’ombrello proprietario dello Stato. Situazione che, teoricamente, non sarebbe in grado di garantire alcuna efficienza. Ma si sa, la teoria è una cosa e la concretezza dei fatti un’altra: i dati del consuntivo 2013 sono eloquenti. Eppure la privatizzazione, pur di una quota minoritaria, si farà. A quanto? Le prime stime che circolano parlano di non più di 500 milioni, una miseria per una realtà solida che garantisce con precisione e capacità professionali un servizio essenziale. Certo lo Stato non dovrebbe scendere al di sotto della maggioranza assoluta, ma di fronte all’esigenza di fare cassa non è escluso che in futuro ulteriori percentuali potrebbero trovare collocamento presso Piazza Affari.


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Discorso solo in parte diverso per Fincantieri. La società -unica realtà di livello in Italia e nel mondo per diversificazione produttiva e territoriale- attiva nella cantieristica che spazia dalle navi da crociera alle piattaforme petrolifere, è anch’essa destinata alla quotazione. Spalle solide per la realtà ex Iri, forte nel 2013 di risultati che, nonostante l’importante contrazione delle commesse pubbliche, vedono l’utile in crescita a quota 85 milioni registrando nell’esercizio anche l’acquisto dei cantieri norvegesi di Stx (ribattezzati poi Vard) e così raddoppiando le proprie dimensioni e collocandosi al quarto posto su scala mondiale, appena al di sotto del podio che vede l’en plein della Corea del Sud.

La procedura per l’ingresso sui mercati partirà il 5 maggio prossimo in sede di assemblea degli azionisti, vale a dire la sola Cassa Depositi e Prestiti che, attraverso Fintecna, controlla la pressoché totalità del gruppo di Trieste. Al primo punto dell’avviso di convocazione recante l’ordine del giorno si legge infatti: «Domanda di ammissione delle azioni della Società a quotazione sul Mercato Telematico Azionario organizzato e gestito da Borsa Italiana S.p.A.». Al terzo punto, invece: «Aumento del capitale sociale per un importo massimo fino a Euro 600.000.000 […] a servizio dell’offerta pubblica di sottoscrizione relativa all’operazione di quotazione delle azioni della Società». L’iter sembra così sostanziarsi prima nell’aumento di capitale e poi nello sbarco in Borsa. Se così dovesse essere, tuttavia, si pone un problema non di poco conto: in presenza del solo aumento di capitale, lo Stato andrebbe solo a diluire la propria partecipazione incassando non più di zero euro. Diverso il discorso in caso di cessione di quote direttamente di pertinenza della Cdp, ancora tutto da vedersi in termini di tempi e modalità dell’operazione. In entrambi i casi, comunque, un pessimo affare.

Filippo Burla

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