Eni-Enel2Roma, 28 ago – Riparte la corsa alle privatizzazioni. Rinviato lo sbarco in borsa di Poste, Sace ed Enav all’anno prossimo, il governo cerca di affrettare i tempi sulla cessione di quote Eni ed Enel. L’obiettivo è fare cassa immediata per raggranellare le risorse necessarie alle coperture di finanza pubblica, in modo da rispettare l’impegno assunto da Padoan che prevede incassi per almeno 10 miliardi dalle dismissioni di partecipazioni statali.

Le quote che saranno messe in vendita, al più tardi verso fine novembre ed inizio dicembre, sono il 5% di Enel e il 4.34% di Eni. Agli attuali valori di mercato, si punta a raccogliere almeno 2-2.5 miliardi dalla prima e circa 3 miliardi dalla seconda. Parte della partita dovrebbe inoltre essere StMicroelectronics, società di ingegneria informatica (produce, tra le altre cose, microchip e dispositivi per telefoni cellulari e tablet) le cui quote sono destinate a passare dal ministero dell’Economia al Fondo strategico italiano, in orbita Cassa depositi e prestiti. Quest’ultima partita di giro porterebbe alle casse pubbliche non meno di 700 milioni di euro. Non sembra invece che, per il momento, possa essere coinvolta Finmeccanica: il motivo non è l’opportunità ma il fatto che il gruppo della difesa e dell’aerospaziale sia attualmente sotto un processo di profonda ristrutturazione e, dunque, i tempi non sono maturi.

Con la dismissione parziale di Eni ed Enel lo Stato si appresta a scendere sotto il 30% del capitale. Una soglia sempre considerata critica, stanti anche gli ultimi rovesci -sia pur su argomenti non di primaria importanza- che hanno visto il ministero finire più volte in minoranza nelle assemblee dei soci. Rischio che si verrebbe ad aggravare qualora le quote finissero in mano a soggetti attivi in sede assembleare. E proprio gli investitori istituzionali, principalmente americani e cinesi, tradizionalmente presenzialisti nell’attività degli organi sociali, sembra siano i destinatari principali dell’operazione che, stando alle prime indiscrezioni, escluderebbe la clientela cosiddetta “retail” e quindi i risparmiatori interessati più ai ritorni che non all’influenza nel governo societario. L’unico argine è rappresentato dalla recente introduzione del controverso voto multiplo, già inserito nel codice civile ma ancora da trascrivere negli statuti societari e proprio in sede di assemblea. Non è quindi detto che l’applicazione sia automatica ed immediata, lasciando così spazio ad un elevato margine di rischio.

Ulteriori problematiche nascono invece dalla convenienza finanziaria dell’operazione. E’ vero che la cessione porta un incasso immediato di non irrilevanti dimensioni (anche se a fronte dell’ammontare del debito pubblico rappresenta meno dello 0.3% totale), ma allo stesso tempo si rinuncia a una parte degli incassi futuri. Eni ed Enel sono società solide che, considerate insieme, rendono non meno del 4.5%. Se confrontate con il rendimento –e cioè il costo- medio del debito pubblico, che si attesta a meno del 4%, la perdita dell’operazione è oltremodo evidente.

Filippo Burla

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