Questo articolo, che analizza la vera natura dell’euro, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di aprile 2018.

L’euro è un truffa, cucinata in salsa indigesta di crauti, e prima riacquisteremo la nostra indipendenza valutaria, sempre troppo tardi sarà. Si tratta di una realtà evidente e oggettiva, sotto gli occhi di tutti. Eppure questa consapevolezza appare inversamente proporzionale allo status censuario delle persone che si pongono il problema. Nel senso che le massaie dei mercati rionali non nutrono ormai alcun dubbio in merito, mentre i borghesi benestanti, orientati secondo il più ampio spettro politico, ne danno un giudizio tendenzialmente opposto. Nel dubbio, riteniamo sia sempre meglio affidarsi all’antica massima secondo cui vox populi vox Dei.

Tornare ai fondamentali

Per avventurarci in una disamina approfondita della catastrofe impostaci dagli «euroinomani», dobbiamo però tornare ai fondamentali. Il primo che dobbiamo tenere a mente è elementare ed è un aspetto con il quale tutti abbiamo quotidianamente a che fare, ossia la legge della domanda e dell’offerta (come spiega acutamente Alberto Bagnai, il primo e più autorevole divulgatore scientifico della questione euro). E la legge della domanda e dell’offerta ­ – se non ci si trova imprigionati nella galera di un sistema di cambio fisso come con l’euro – detta le sue leggi anche alla bilancia dei pagamenti, cioè lo strumento contabile che documenta i flussi monetari generati dalle transazioni tra Stati. Se un Paese esporta più beni di quanti ne importi, il saldo delle partite correnti – le transazioni effettuate per la vendita e per l’acquisto di beni e servizi – è positivo e corrisponde alla liquidità che il Paese ricava dai suoi scambi quando entrano più soldi di quanti ne escono. In altre parole, un esportatore netto di beni, cioè un Paese che registra un surplus delle partite correnti, accumula crediti verso il resto del mondo, mentre un importatore netto di beni, cioè un paese con un deficit delle partite correnti, accumula debiti visto che compra più di quanto vende, dovendo quindi finanziare la differenza.

Quando i mulini erano bianchi, se aveste comprato una Volkswagen, l’avreste pagata in lire ma il vostro concessionario doveva dare a Wolfsburg marchi sonanti, comprati sul mercato dei cambi. Quando un Paese è in surplus di esportazioni, i suoi beni sono molto richiesti. Ma, secondo la ricordata legge della domanda e dell’offerta, i prezzi di questi beni aumentano rispetto a quelli dei concorrenti. Gli economisti parlano di rivalutazione reale. Ora, se il paese dispone di una valuta propria, anche il cambio sul mercato delle valute si apprezzerà, visto che sempre più valuta dell’esportatore viene domandata per acquistarne i beni (dato che tutti i concessionari del mondo devono comprare marchi per vendere Volkswagen sui mercati locali). È la cosiddetta rivalutazione nominale.

In buona sostanza, dato che occorrerà più valuta locale per ottenere la divisa del Paese esportatore, la competitività di prezzo di quest’ultimo si ridurrà e quindi gli acquirenti si rivolgeranno altrove consentendo un aggiustamento, graduale e inevitabile, degli squilibri commerciali connessi alla vendita di moltissime Volkswagen. Si tratta di un riaggiustamento naturale del saldo delle partite correnti di cui sopra.

Una potenza colonialista

Il problema è che adesso con l’euro questo non succede più. A tutto vantaggio della Germania. Che ha fatto del mercantilismo la sua inespugnabile dottrina economica e quindi politica, una dottrina da Compagnie delle Indie Orientali che prevedeva, e prevede, la guerra (valutaria, commerciale, a volte e quando necessario anche militare) per aprire i mercati altrui, chiudendo i propri, per abbassare i prezzi al di sotto di quelli degli altri. Al fine di conquistare il fatidico e agognato surplus commerciale. Sinonimo di potenza. Coloniale.

Rintracciare le radici storiche di questo specifico processo tedesco, sostenuto e favorito dagli Stati Uniti, ci porterebbe lontano. Basti sapere che il tutto è legato alla nascita della Guerra fredda e allo «scontro» tra i due blocchi. In buona sostanza, alla fine della Seconda guerra mondiale Germania e Giappone, i due Paesi distrutti e polverizzati dall’aviazione statunitense e, in parte, britannica, si trovarono in prima linea, come trincee e baluardi antemurali, il primo in Europa e il secondo in Asia, contro la minaccia sovietica. Per cui rapidissime riprese sia di Berlino sia di Tokyo diventarono una fondamentale necessità strategica e geopolitica di Washington che, in questa ottica, ne favorì la crescita prepotente grazie anche ad agevolazioni doganali protezionistiche in grado di accelerare la ripresa economica e sociale dei due ex nemici mortali.

La Germania
non è affatto
la «locomotiva
d’Europa», ma
la sua zavorra

Nella logica dell’esportazione assoluta tedesca, e del conseguente impoverimento dei partner più deboli, l’euro gioca un ruolo fondamentale, perché si tratta di un gioco a somma zero in cui la perdita o il guadagno di un partecipante vengono perfettamente bilanciati da una perdita o un guadagno di un altro partecipante. E così il nucleo centrale prospera e si alimenta a spese della periferia, causandone il dissesto finanziario con l’accumulo di crediti esteri. La naturale rivalutazione nominale della valuta tedesca verso l’eurozona, e il conseguente riequilibrio dei conti commerciali e della bilancia dei pagamenti, è infatti impedita dalla presenza dell’euro a cambio fisso, mentre l’aumento dei prezzi impone a tutti una politica di crescente moderazione salariale, per cui a produttività crescente corrispondono salari reali calanti.

Sono queste alcune delle ragioni della montata lattea in Europa dei populismi, di «destra» e di «sinistra». Posto che questi termini abbiano ancora un valore. La Germania, con il suo surplus del 7% del Pil nel 2002-2009, di cui il 60% nei confronti dell’Unione monetaria europea, si è trasformata in un generatore di tensioni nell’area euro e il suo modello economico, trainato dall’export,si paga solo a spese dei partner europei. Per cui, nonostante quello che sostengono i luogocomunisti, la Germania non è affatto la «locomotiva d’Europa», bensì la sua zavorra, dato che il surplus tedesco, originato da un boom di produttività della manifattura tedesca, è diretto in gran parte verso la zona euro. Da cui drena risorse e capitali. Il necessario riequilibrio avrebbe richiesto l’apprezzamento del cambio reale della Germania ma con l’euro, come ormai sappiamo, tutto ciò è diventato impossibile.

Visco: «Un’Italia fuori dall’euro,
vista la nostra forza industriale,
poteva fare paura a molti,
incluse Francia e Germania»

Ed è proprio questa la ragione delle allora inusitate quanto curiose insistenze del cancelliere Helmut Kohl per favorire la nostra ammissione nell’Eurozona, nonostante la «finanza creativa» dei governi dell’epoca. Una carità pelosa che non era mossa dalle nobili manifestazioni di una grande visione europea, bensì da meri interessi di bottega. Ecco di nuovo in azione i soliti farneticanti complottisti anti-euro e germonofobi, nutriti a base di fake news, vi diranno subito in coro euroinomani e luogocomunisti. Tappategli la bocca con le parole di un certo Vincenzo Visco. Ricordiamo agli immemori e ai più giovani che, tra il 1996 e il 1998, Visco è stato ministro delle Finanze ai tempi del buon governo Prodi. A lui venne affidato il «lavoro sporco», come ammette lui stesso in un’intervista del 2012, quello di tassare ferocemente gli italiani per ridurre il deficit in modo da permettere all’Italia di entrare nell’euro. Perché grazie a Paesi deboli all’interno dell’eurogruppo la valuta comune europea sarebbe stata abbastanza debole da non rallentare l’export di Berlino. Spiega Visco: «La Germania ha gestito la globalizzazione in modo consapevole, avere paesi come l’Italia dentro la moneta unica ha reso l’euro una moneta più debole di quanto sarebbe stata altrimenti e ha permesso a Berlino di esportare».

Vincenzo Visco come ministro delle Finanze s’incaricò di tassare gli italiani per ridurre il deficit quel tanto che bastava da permettere all’Italia di entrare nell’euro. «Un’Italia fuori dall’euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, incluse Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni prezzate in lire. Ma Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i paesi, tranne la Russia da cui compra l’energia. Era un disegno razionale, serviva l’Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole»[1].

La Grecia e l’euro

A proposito del «salvataggio» della Grecia da parte dell’Europa, conviene ricordare le parole di Mario Monti, pronunciate come ospite di Gad Lerner nel corso della trasmissione L’infedele in onda su La7 nel settembre 2011, quando il rettore della Bocconi scaldava i motori in attesa della nomina a Palazzo Chigi che sarebbe giunta il 16 novembre successivo. L’analisi del professore sulla situazione greca lascia a bocca aperta: «Oggi stiamo assistendo, e non è un paradosso, al grande successo dell’euro. E qual è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro? La Grecia. Perché l’euro è stato creato, sì per avere una moneta unica, ma soprattutto per convincere la Germania, che ha fatto il grande sacrificio di rinunciare al marco per avere una moneta comune europea, che attraverso l’euro e i vincoli che nascevano con l’euro, la cultura della stabilità – il presidente Ciampi richiamava sempre la cultura della stabilità tedesca – si sarebbe diffusa un po’ per volta a tutti. Quale caso di scuola si sarebbe mai potuto immaginare, caso limite, di una Grecia che è costretta a dare peso alla cultura della stabilità e sta trasformando se stessa?». La Grecia come grande successo dell’euro oggi si legge nei dati 2017 di quel salvataggio. Il reddito pro capite è sotto del 20% rispetto a quello del 2008, l’economia non cresce, le pensioni sono state falcidiate così come l’assistenza pubblica, la disoccupazione è al 23% e al 44% per i giovani tra 15 e 24 anni, il debito è salito al 176% del Pil. E cosa fa la Troika? Chiede ancora più austerity, ovvero ancora più sangue a un Paese che non ha più nemmeno le forze per reggersi in piedi. Per quanto poi riguarda «il grande sacrificio» tedesco della rinuncia al marco, vedete un po’ voi.

Amintore Dantan


[1] S. Feltri, «Alla Germania nell’euro servivamo proprio perché deboli». Parola di Visco, «Il Fatto Quotidiano», 13 maggio 2012.

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5 Commenti

  1. Che Bagnai sia il “primo e piú autorevole divgatore scientifico” sulla questione euro però proprio no. La scuola piú autorevole è la Modern Money Theory di Warren Mosler, portata in Italia nel 2010 dal giornalista Paolo Barnard. Essa spiega il reale funzionamento della moneta moderna e di come il piú grande problema legato all’euro sia quello di basarsi sulla cosiddetta stabilità finanziaria, quando sappiamo che con moneta sovrana il deficit pubblico corrisponde all’attivo del settore privato.

  2. Mi pare che l articolo si incentri troppo sulla bilancia commerciale, che cmq ha una sua importanza, ma non faccia cenno al fatto che la BCE non è un autorità monetaria vera e propria nel senso che non garantisce il debito di nessuno e tuteli solo i creditori privati, perseguendo l obiettivo esclusivo di un inflazione esageratamente bassa e il rimborso dei crediti attraverso i fantomatici fondi salvastati

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