Kirchberg, 12 mag – I dati forniti da Eurostat sull’occupazione sono allarmanti. L’Italia, infatti, detiene un triste primato in Europa: è la nazione con più disoccupati di lungo corso, (ossia coloro che cercano lavoro da oltre 12 mesi). Si tratta di 1,6 milioni di italiani che non riescono a trovare un’occupazione nel giro di un anno. Anche se il dato è in leggero miglioramento rispetto al 2017 (-81.600), ci troviamo di fronte ad un’emergenza nazionale. Vediamo perché.

Lavoro: il Sud maglia nera d’Europa

Le cifre di Eurostat ci confermano che è il Mezzogiorno ad essere maggiormente colpito dalla piaga della disoccupazione. Tra Sud (594.000) e Isole (312.000) i disoccupati da oltre un anno sono oltre 900.000. Un dato superiore a quello dell’intera Germania (600.000) nella quale però vivono 82 milioni di persone a fronte dei 20,6 residenti al Sud e in Sardegna. Inoltre, in Campania (286.000) e Calabria (105.000) ci sono più disoccupati di lunga durata dell’intero Regno Unito (352.000).

Nel Vecchio Continente la disoccupazione diminuisce: dai 12,5 milioni del 2013, siamo arrivati ai 7,3 milioni del 2018. Rispetto al 2017, si contano più di un milione di disoccupati in meno. Certo non mancano le contraddizioni. Il precariato e la flessibilità stanno peggiorando la vita dei dipendenti. Per non parlare dei tanti “part time involontari” che riducono il potere d’acquisto dei lavoratori. Ad aggravare la nostra situazione c’è però un elemento in più: l’Italia si presenta, come una nazione spaccata a metà. Nella provincia di Bolzano meno di un quarto dei disoccupati (il 23%) non ha lavoro da più di un anno (il 31% a Trento) mentre in Calabria la percentuale sfiora il 70% (il 69,6%, al livello più alto dall’inizio della crisi economica quando era al 50,5%). In Emilia Romagna il tasso dei disoccupati di lunga durata sul totale della disoccupazione è in media europea (41,4%) anche se di molto superiore al 25,9% del 2008.

Cresce la forza lavoro ma abbiamo più disoccupati

Eurostat non manca di sottolineare anche un altro dato che sfiora il paradosso. Dall’inizio della crisi l’Italia ha registrato un aumento della forza lavoro superando i livelli pre-crisi (con oltre 23 milioni di lavoratori). Ciò però è dovuto alla stretta sulle regole per l’accesso alla pensione con la permanenza in ufficio della fascia più anziana della popolazione. Trattasi dell’effetto Fornero: mentre la madre sessantenne va a lavorare, il figlio consegna il suo curriculum nelle agenzie di lavoro interinale. Inoltre, c’è anche da segnalare che mancando la domanda di lavoro chi ha perde il posto difficilmente riesce a trovare una nuova occupazione. Infatti dall’inizio della crisi è aumentata la disoccupazione complessiva di quasi 1,1 milioni di unità con una crescita sostenuta soprattutto per quella di lunga durata (850mila in più).

Il Mezzogiorno tra assistenzialismo e abbandono

Tornando al rapporto Eurostat è difficile stabilire quanti di quei disoccupati lavori in nero al Sud. Questo però non rende la situazione meno gravosa per l’intera nazione. Non c’è, infatti, solo il danno erariale da tener presente ma anche la scarsa fiducia di costruire il proprio futuro nel luogo dove si è nati. Se poi volgiamo lo sguardo alla classe dirigente ci imbattiamo nell’incapacità di spendere i soldi per mancanza di progetti validi. Ad esempio quelli che provengono dal Fondo sviluppo e coesione, il grande contenitore da oltre 60 miliardi per gli investimenti pubblici e il riequilibrio territoriale.  Come documentato dal Il Sole 24 Ore il Fondo ha percentuali di spesa che per il periodo 2014-2020 sono pari ad appena l’1,5% delle risorse programmate (492 milioni su 32,1 miliardi). Ci si ferma a poco meno del 2% per la sottosezione rappresentata dai Patti per lo Sviluppo (276,6 milioni su 14,3 miliardi programmati). Con i Patti per il Sud, in particolare, in netto ritardo. Detto ciò, pensare di riscattare il Mezzogiorno con il reddito di cittadinanza e i navigator è come pensare di svuotare il mare con un cucchiaino.

Salvatore Recupero

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