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Roma, 10 dic – I ritardi nei pagamenti delle “fatture” hanno come conseguenza più intuibile e immediata un calo di liquidità per le aziende che le emettono. Ciò, naturalmente, influisce direttamente anche sul mercato del lavoro. Nello “European payment industry white paper” di Intrum (una società di recupero crediti) si è tentato di valutare «i comportamenti relativi ai pagamenti e la situazione finanziaria delle imprese in tutta Europa». Tale indagine ha avuto come spettro circa 9.607 imprese provenienti dall’intera Unione Europea. Secondo tale studio, un’azienda su cinque sostiene che pagamenti più rapidi consentirebbero di assumere un maggior numero di dipendenti. I ritardi, infatti, aumentano esponenzialmente il rischio di licenziamento. Le società che se la “vedono peggio” sono quelle impegnate nell’edilizia. Le imprese italiane (almeno tre su dieci) di questo settore lamentano un ritardo altissimo nei pagamenti a loro dovuti: è, infatti, sopra la media dell’Unione Europea, che si attesta al 13%.
Le ragioni di tali ritardi nei pagamenti spesso nascono, tra privati, con un movente “intenzionale”: se per il 62% degli intervistati la difficoltà nel recuperare i soldi dai debitori è imputabile a problemi economici di quest’ultimi, un’azienda su due (48%) segnala un «ritardo intenzionale». Nel settore dell’It (servizi informatici), ad esempio, si “temporeggia” nell’effettuare il pagamento, nella maggior parte delle occasioni, appellandosi a una non meglio precisata inefficienza del settore amministrativo della società. E molto spesso, purtroppo, si ottiene alfine il pagamento accettando uno “sconto” non precedentemente concordato. Nel caso della manifattura italiana, il 30% del campione preso ad esempio da Intrum sostiene di far ricorso a tale, ingiusta, pratica. Per le aziende europee questa “usanza” si attesta al 6%.
Oltre il 54% delle aziende italiane interpellate esprime una forte volontà di rinnovamento in tal senso: questa necessità non è così impellente per i nostri colleghi europei (il 38%). Le misure previste nel “Decreto Legge recante misure urgenti in materia di semplificazione e sostegno allo sviluppo”, presentato in bozza il 3 Dicembre, sono atte a svecchiare la pubblica amministrazione attraverso l’inserimento di figure professionali maggiori capacità digitali. Si legge infatti nel decreto, all’articolo 26, che la lista delle competenze richieste per i nuovi assunti della pubblica amministrazione dovrà prevedere la capacità di “digitalizzazione, razionalizzazione e semplificazione dei processi e dei procedimenti amministrativi”.
E non è un caso: la “maglia nera” dei pagamenti va, purtroppo, proprio alla pubblica amministrazione. Se già al settore pubblico vengono offerti termini di pagamento vantaggiosi (64 giorni) bisogna attenderne almeno 127 per ottenere, realisticamente, il dovuto. E il tutto, per questioni burocratiche e immobilismo diffuso. Su scala europea, le aziende cumulano mediamente un ritardo di due giorni nell’ottenere il pagamento da altri privati: l’amministrazione pubblica addirittura viola la scadenza di più di sei giorni. Premio di “consolazione” per i consumatori: sono loro (o per meglio dire, noi) i più puntuali. Il pagamento di utente medio arriva in 41 giorni, addirittura 10 giorni prima dei 51 che vengono, consuetamente, offerti come scadenza.
Ilaria Paoletti

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