Roma, 8 giu – La buona notizia è che non assisteremo all’ennesima (s)vendita oltralpe. Tanto più di un marchio storico che, pur tra decine di vicissitudini e opachi giochi societari, occupa 23mila persone in Italia. Più almeno il doppio nell’indotto, per un totale che supera i 70mila dipendenti ed una quota diretta di Pil vicina al 3%. Anche se il suo addio all’Italia era già stato sancito con la suddivisione delle sedi tra Londra e Amsterdam, il gruppo Fca rappresenta insomma ancora un’importante realtà industriale tricolore.

Vendita Fca: solo un rinvio?

L’impressione, tuttavia, è che la cessione di Fca sia solo rinviata a data da destinarsi. Il settore è da tempo in cerca di nuovi equilibri, complici i mutamenti tecnologici che impongono il ripensamento degli attuali paradigmi. Primo fra tutti quello dell’auto elettrica, destinata prima o dopo a soppiantare quella con motore a combustione interna.

Fca, già in ritardo su questo campo, ha però deciso di non volervi investire con risorse proprie. Prova ne sia l’inopinata cessione di Magneti Marelli, azienda leader nella componentistica – e che poteva agire da pivot nello sviluppo del settore per linee interne – venduta lo scorso ottobre ai giapponesi di Calsonic Kensei. Il fatto che sia stata una delle prime decisioni del nuovo ad Mike Manley, in netta discontinuità con la visione del suo predecessore Sergio Marchionne, la dice lunga sui piani di Fca. La quale sembra aver rinunciato a giocare la scommessa dell’elettrico, precludendosi quindi qualsiasi possibilità di poter in futuro camminare da sola sulle proprie gambe.

L’imbarazzante silenzio del governo italiano

Le cattive notizie non finiscono però qui. L’intera vicenda delle mancate nozze tra Fca e Renault ha infatti palesato tutta l’inadeguatezza italiana nell’affrontare sfide di ampia portata.

Se la politica industriale è una cosa seria, altrettanto gravi sono state le mancanze che si sono fatte terribilmente sentire nel corso degli ultimi giorni. Prima di tutto quella del nostro governo, che dava l’impressione di essere – in netta continuità rispetto agli esecutivi precedenti – pronto a non muovere neanche un dito. Al contrario, Parigi ha sfoderato tutte le armi dell’interventismo economico. Con lo Stato francese azionista di maggioranza relativa (possiede il 15% di Renault), le condizioni erano chiare: almeno un posto nel consiglio di amministrazione, la nomina di Ad e Cfo e la sede operativa, cioè la testa pensante, del nuovo gruppo nella capitale transalpina. Paletti che hanno fatto saltare – qui viene il bello – sulla sedia non Palazzo Chigi, impegnato a sonnecchiare limitandosi a vaghe dichiarazioni di principio, bensì la stessa Fca, che ha abbandonato di sua sponte il tavolo.

E’ la dimostrazione plastica che, quando si tratta di politica industriale, lo Stato ha ormai da tempo abdicato al suo ruolo. Tanto da lasciare al suo destino qualsiasi operazione, dalla più piccola a quelle di natura sistemica. Con il risultato che quella che era la quarta potenza manifatturiera del mondo ha ormai definitivamente perso anche la seconda piazza che occupava in Europa. Superati dalla stessa Francia che, pur tra non poche difficoltà specialmente dal punto di vista della tenuta sociale, continua a macinare risultati. Spesso e volentieri – basti pensare, ultimo in ordine di tempo, al caso della Nuova Castelli – proprio a discapito nostro.

Filippo Burla

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