Roma, 24 nov – Gli Stati nell’epoca attuale hanno complesse strutture interne e sia le scelte  che le decisioni dei vertici politici sono profondamente influenzate dai centri di potere delle oligarchie sovranazionali. Infatti non possiamo avere un quadro realistico della realtà storica attuale se non teniamo conto della dinamica di potenza da loro posta in essere.

Dal punto di vista storico, tenendo conto delle opportune differenze, le oligarchie del passato erano rappresentate dai grandi gruppi bancari familiari come i Medici o i Fugger o dalle compagnie delle Indie (in Francia, Olanda e Inghilterra) che furono in grado di condizionare profondamente le scelte economiche e militari delle principali potenze europee.

Tuttavia, non c’è dubbio che a seguito della globalizzazione le oligarchie internazionali si sono trasformate anche in istituzione finanziarie che  sembrano ormai più potenti di quelle governative. A tale proposito si pensi che la somma dei fatturati delle  prime cinque società multinazionali o oligarchie sovranazionali (Wal-Mart, ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Bp e General Motors). Ammonta a circa 1,5  trilioni  di  dollari, un importo superiore al Pil di tutti i paesi, tranne sette. ExxonMobil è più potente dell’Arabia Saudita (la venticinquesima economia più forte al mondo). WalMart si colloca tra Indonesia e Polonia, mentre General Motors supera la Thailandia.

Ebbene, secondo una ricerca di  Stefania Vitali, Stefano Battiston e James Glattfelder del Politecnico di Zurigo intitolata The Network of Global Corporate pubblicata nel 2011, sono 50  le società, per lo più finanziarie e bancarie di origine inglese e americane, che influenzano a livello globale e  in modo profondo sia i mass media che la classe politica.

Per quanto riguarda il potere di condizionamento delle oligarchie multinazionali in relazione ai massa media  basti pensare al ruolo che queste svolgono all’interno dei più accreditati quotidiani internazionali. Ad esempio il  «New  York  Times»,  il  «Boston  Globe»,  l’«International New York Times» e il  «Press  Democrat»  sono tutti  pubblicati dalla New York  Times Company.  Quest’ultima è quotata in borsa e tra i suoi maggiori investitori troviamo alcune importanti società: Vanguard Group, Wellington Management Company, State Street Corporation, Bank of New York Mellon Corporation.

La News Corporation dell’australiano Rupert Murdoch confluita poi in una nuova società,  la News Corp, possiede diversi marchi internazionali dell’editoria «The Wall Street Journal», «The Sun», «The Times» e il «New York Post». Tra gli azionisti della News Corporation  anche in questo caso figurano alcune tra le 50 società mondiali più influenti al mondo: State Street Corporation,  BlackRock Institutional Trust Company, Dodge & Cox, Vanguard Group, Price T. Rowe Associates, BlueMountain Capital Management.

Il quotidiano «Le Monde», edito dall’omonimo gruppo, è stato acquistato nel 2010 da una cordata costituita da Pierre Bergé, cofondatore  di  Yves  Saint  Laurent, Xavier Niel,  direttore del gruppo di telecomunicazioni francese  iliad  e Matthieu Pigasse, ex dirigente del ministero dell’Economia e delle Finanze francese, nonché ex vicepresidente della banca d’affari Lazard.

A livello politico la influenza di queste oligarchie sovranazionali è di tale rilevanza che nel primo trimestre del 2007,  il  principale donatore con contributi di oltre 500mila dollari per le campagne presidenziali, era stata Goldman Sachs. Le altre  nove  società che  compaiono nell’elenco dei maggiori donatori sono Citigroup, Ubs-America, Credit Suisse, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Bear Starns e due «hedge  funds», Fortress Investement Group e  SAC Capital.

Ai vertici delle 50 società globali tra presidenti e amministratori  delegati ,è individuabile  secondo i ricercatori del Politecnico di Zurigo, un ristretto gruppo di 65 persone che fanno parte di svariati consigli di amministrazione di altre multinazionali, università, fondazioni o istituzioni private. A  volte,  vengono anche a delinearsi delle sovrapposizioni di presenze tali da determinare forti concentrazioni di potere .

A tale proposito è opportuno indicare  alcuni intrecci a titolo esemplificativo. Il presidente  di UniCredit Giuseppe Vita è  stato consigliere di alcuni importanti  gruppi italiani come Barilla,  Pirelli, Ras. È stato anche consigliere della Fondazione Feltrinelli e presidente del consiglio di amministrazione di Deutsche Bank Italia. Attualmente fa parte del consiglio di amministrazione dell’Associazione bancaria italiana, del consiglio generale di  Aspen Institute Italia, della Trilateral Commission, del consiglio di amministrazione  e del  comitato  esecutivo  dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, del collegio di indirizzo della Fondazione  Bologna Business School e dell’European Financial Services Round Table.

Trattandosi di oligarchie sovranazionali è evidente che la stessa logica di potere si concretizza anche in Asia. In Cina il presidente del gruppo petrolchimico Sinopec Group Wang Yupu è membro del Partito comunista, ingegnere capo presso il dipartimento per l’Amministrazione e lo sviluppo di Daqing Petroleum Admistration, vicepresidente dell’Accademia  cinese  d’ingegneria,  vicegovernatore  della  Provincia  di Heilongjiang, primo segretario del Segretariato e segretario dei  principali gruppi del  Partito  di tutta  la  Federazione  dei sindacati cinesi.

Rimanendo all’interno di una cornice realistica che tenga conto delle dinamiche di potenza ,e prendendo quindi congedo da utopie di tipo millenaristico, gli Stati devono recuperare la loro sovranità sia economica che politica. E ciò diventa possibile nel momento in cui l’élite politica  è sufficientemente autorevole e capace da essere in grado di orientare le scelte di queste oligarchie e non di subirle.

Giuseppe Gagliano

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