Roma, 17 ott – 300 milioni il prossimo anno, 800 a partire dal 2019. Sono queste le cifre degli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato previsti nella manovra economica licenziata ieri dal consiglio dei ministri.

Gli incentivi riguardano i lavoratori al di sotto dei 35 anni che, in caso di assunzione a tempo indeterminato o di stabilizzazione di contratti a termine, godranno di una decontribuzione triennale fino al 50% (con un tetto di 3mila euro annui) per i datori di lavoro. Questo per il 2018, mentre dal 2019 gli sgravi riguarderanno solo gli under 29. É la riedizione degli incentivi che nel 2015 fecero da corollario all’approvazione del Jobs Act consentendo, numeri alla mano, un discreto calo della disoccupazione, in special modo quella giovanile.

Ve la ricordate quella riforma che, nelle intenzioni del premier Renzi e del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, avrebbe dovuto rivoluzionare stabilmente il mondo del lavoro? La sicurezza era tale e tanta che, esauriti gli incentivi, questi non furono rinnovati se non riducendoli ai minimi termini. Niente paura: la possibilità di licenziare in qualsiasi momento, pietra angolare del Jobs Act, avrebbe sostenuto le assunzioni. Peccato che il problema fosse legato a tutto tranne che alla facoltà di risolvere i contratti di lavoro. Eppure il relativo successo del meccanismo di incentivazione avrebbe dovuto far accendere una spia: non è che forse il vero nocciolo della questione era (ed è) legato ad un costo del lavoro e ad una riforma, la Fornero, incompatibili con il riassorbimento di chi con la crisi aveva perso il posto e con il fisiologico turnover che permette ai giovani di entrare in azienda, non certo con la maggiore flessibilità dei lavoratori in uscita?

Il risultato è stato impietoso e sotto gli occhi di tutti: con il progressivo esaurirsi degli sgravi la riduzione dei disoccupati si è arrestato, rimanendo ben oltre la soglia – di per sé già elevata – dell’11%. Ecco allora che il governo corre ai ripari, le elezioni incombono e serve una sterzata ad una barra che non ne vuole sapere di raddrizzarsi. Ma in compenso mette una pietra tombale sopra lo straordinario ottimismo che l’ex presidente di Legacoop Poletti aveva sparso a piene mani.

Filippo Burla

2 Commenti

  1. […] Vediamo perché. Iniziamo dai lavoratori dipendenti. La Fondazione Di Vittorio qualche settimana fa lanciava l’allarme a proposito del lavoro precario. Secondo questo studio gli occupati sono tornati al livello del 2008, sopra quota ventitré milioni, ma per effetto di una crescita record dei contratti a tempo determinato, arrivati ad agosto 2017 a toccare quota 2,8 milioni, la più alta dal 2004, con un aumento di quasi un milione (650 mila in più rispetto ai minimi del 2013 e circa 750 mila nei confronti dell’altro punto di minimo a metà 2010). Il risultato di questa precarietà diffusa è il calo delle ore lavorate: il 5,8% in meno dai massimi pre-crisi (10,9 miliardi del secondo trimestre 2017 contro 11,6 miliardi del 2008). Questi dati portano a due conseguenze: contrazione salariale nel breve periodo e pensioni più basse nel lungo periodo. I contributi versati all’Inps sono direttamente proporzionali agli stipendi. Senza contare poi che i contratti precari portano inevitabilmente a periodi di inattività forzata. Ecco, dunque le cause del quadro a tinte fosche tracciato dall’Ocse. Se il jobs act voleva incentivare i contratti a tempo indeterminato ha sicuramente fallito. Gli sgravi per i neo assunti contenuti nella prossima Legge Finanziaria dimostrano quanto appena de… […]

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