Roma, 16 mag – Immigrazione e Ue. Sono questi i due scogli attorno ai quali si stanno in parte incagliando le lunghe trattative fra M5S e Lega sulla formazione del nuovo governo giallo-verde. Se sull’immigrazione era lecito aspettarsi più di qualche frizione – giusto per capirci: il presidente della Camera e pentastellato doc Roberto Fico è favorevolissimo allo ius soli – qualche “sorpresa” ce la sta riservando il capitolo dedicato ai rapporti da tenere con Bruxelles.

Le virgolette sono d’obbligo perché la posizione dei grillini è, da sempre, ondivaga in materia, spaziando fra gli estremi della proposta di referendum sulla permanenza dell’Italia all’interno della zona euro alle rassicurazioni che Di Maio dispensa a piene mani a Bruxelles e dintorni sulla fedeltà al consesso comunitario. Più drastica invece la Lega, che non ha mai fatto mistero di voler abbandonare la moneta unica. Questo nella teoria visto che poi, all’atto pratico, nel programma del centrodestra (all’epoca) unito la formulazione era decisamente più vaga e parlava di un generico no all’austerità e di prevalenza della nostra Costituzione rispetto all’ordinamento Ue. Un giro di parole per tenersi aperte tutte le porte, anche se poi tra il dire e il fare non basta metterci un mare.

Un mare che sta creando non pochi grattacapi alle delegazioni riunite da giorni al Pirellone. Delegazioni all’interno delle quali troviamo, fra gli altri, anche Claudio Borghi, noto economista fieramente anti-euro che non più tardi di ieri così si esprimeva: “I trattati europei vanno rivisti, se l’ostacolo alla messa in sicurezza di una scuola o all’aiuto per chi è rimasto senza reddito è un trattato europeo, vuol dire che questo trattato è sbagliato”. Un bel colpo all’austerità e al deficit da contenere secondo i desiderata Ue, ma che allo stesso tempo contrasta con quanto lo stesso Borghi affermava non più tardi di due anni fa, quando analizzando le vie d’uscita dal fardello del debito pubblico puntava fra le altre cose sulla crescita trainata anche dalla spesa pubblica, mettendo però in guardia: “Se crescessi (esempio, tagliando le tasse o aumentando la spesa) mentre ho una moneta sopravvalutata il risultato sarebbe che comprerei più beni prodotti all’estero andando in deficit di bilancia commerciale. Quindi siamo daccapo”.

La soluzione non può dunque che passare dall’abbandono dell’euro. Abbandono che, sostiene sempre Borghi, va preparato e studiato. Posizione di buon senso ma della quale non si trova traccia (in che modo, ad esempio, lo sforamento del tetto del 3% al deficit può essere considerata una misura “preparatoria”? L’unica, se mai partiranno, sono i minibot) e comunque negata – ieri stesso – dai protagonisti delle lunghe consultazioni. Ad un certo punto della giornata era infatti uscita una bozza del contratto di governo che sembrava strizzare l’occhio all’Italexit, smentita però da una nota congiunta nel giro di poche ore: “Il contratto di governo pubblicato dall’Huffington Post è una versione vecchia che è stata già ampiamente modificata nel corso degli ultimi due incontri del tavolo tecnico. La versione attuale, dunque, non corrisponde a quella pubblicata. Molti contenuti sono radicalmente cambiati. Sull’euro, ad esempio, le parti hanno già deciso di non mettere in discussione la moneta unica”.

Insomma, al di là dei comunicati ufficiali cosa vuole o vorrebbe fare il nuovo governo? Che intenda dare una qualche spallata all’impalcatura Ue è fuori dubbio, prova ne sia la reazione scomposta scatenatasi sui mercati che ricorda, sia pur più in piccolo, quanto accaduto nel 2011 con l’arrivo poi di Monti. Ma da qui anche solo a poter pensare di uscire dalla gabbia della moneta unica, quel mare di cui si diceva diventa un oceano.

Filippo Burla

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