Roma, 9 feb – Due mesi consecutivi in forte calo. Dopo i dati di novembre, anche quelli di dicembre 2018 mostrano una sensibile contrazione nella produzione industriale, rendendo ancora più  fosco il quadro della nuova recessione in cui siamo entrati. Una recessione “tecnica” – dovuta cioè a due trimestri consecutivi con il segno meno davanti al Prodotto interno lordo – che ha trascinato al ribasso le stime per il 2019: dall’1,2 previsto dal governo, secondo l’ultima stima (quella della Commissione Ue) sarà difficile fare meglio di un risicato +0,2%.

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Un rientro a pieno titolo nel ruolino di marcia degli zerovirgola, quasi a non voler contraddire la stagione della cosiddetta “stagnazione secolare” in cui siamo invischiati dal 2000 ad oggi. Ce ne sarebbe abbastanza per auspicare un cambio di passo. Sì, ma quale?

Il governo assicura che le misure introdotte o in via di introduzione in manovra – Reddito di cittadinanza e Quota 100 – daranno un sostanziale impulso alla nostra economia. Lecito dubitarne, dato che in presenza dei vincoli comunitari che nessuno si è sognato di andare ad infrangere i numeri della finanziaria parlano chiaro: stante l’avanzo primario che replica quello delle leggi di bilancio precedenti possiamo dire di essere tutto tranne che fuori dalla stagione dell’austerità. E se il principio dei casi comunicanti non è un’opinione, giocoforza con una mano che dà, allora l’altra deve togliere. Per cui la revisione al ribasso delle stime di crescita potrà davvero costringere la maggioranza gialloverde a pensare ad una manovra correttiva per non distanziarsi eccessivamente dagli accordi presi con Bruxelles. Presumibilmente il celebre rapporto deficit/Pil verrà rivisto dal 2,04% attuale a qualche punto decimale aggiuntivo. Ma ne servirebbero ben di più – e non parliamo di decimali ma di interi – per far ripartire quel mercato domestico che la svalutazione interna (da parte sua, va detto, necessaria a salvare il traballante giochino dell’euro) ha reso la pallida controfigura di sé stesso, facendone mancare l’apporto nel momento in cui la domanda estera ha cominciato a non correre più come un tempo. Rendendo così vana la sua rincorsa nell’assurda e suicida gara a chi è più mercantilista.

Sul campo dei plausibili aggiustamenti di bilancio potrebbe giocarsi la nuova partita tra Roma e la Commissione. Saprà il governo far saltare il banco? Il “contratto” della maggioranza gialloverde è chiaro in proposito e parla esplicitamente di ridiscussione dei Trattati europei al fine di concedere agli Stati maggiori spazi di bilancio. Posizione condivisibile, ma difficilmente attuabile nella realtà dato che per poter ridiscutere le fondamenta del progetto Ue è necessario, nella maggioranza dei casi, dell’unanimità dei suoi membri. I quali sono oggi più divisi che mai. Non potrebbe nemmeno bastare una nuova Commissione per come uscirà dal voto di maggio, con il fronte dei “sovranisti” in sicura ascesa ma non abbastanza per poter dettare legge. Forse neanche in coabitazione con altre forze politiche. La palla, insomma, è tutta nel campo nazionale. Ammesso che Tria, Di Maio e Salvini la vogliano seriamente giocare.

Filippo Burla

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