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diritto lavoro libroRoma, 3 set – «Dobbiamo rendere il nostro mercato del lavoro come quello tedesco». Non ha badato a giri di parole Matteo Renzi quando, sul solco della smania di annunci che sta contraddistinguendo questi primi mesi di legislatura (ma a a livello di mantenimento delle promesse siamo ancora un indietro) ha anche trovato spazio per fornire le linee guida di quello che sarà il nodo del futuro diritto del lavoro.



Non solo articolo 18, non solo politiche ordinarie di finanziamento per chi perde il proprio posto. L’obiettivo è più ampio, puntando a convergere con quel sistema tedesco costruito negli anni scorsi e che sembra garantire un buon assorbimento della disoccupazione.

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E’ proprio così? I dati ufficiali parlano chiaro: la quota di disoccupati in Germania è poco sopra al 5.2%, sensibilmente più bassa rispetto alla nostra. Va però considerato che, all’interno della statistica, trovano spazio ampie categorie di lavoratori. Fra questi, i cosiddetti “mini-jobs“, introdotti dalla riforma Hartz ormai da una decina d’anni. Si tratta di particolari categorie contrattuali che coinvolgono almeno 5 milioni di lavoratori, pagati al massimo 450 euro al mese, esentasse. Sono lavori svolti principalmente da donne, che rappresentano i 2/3 del totale e che in parte erano prima fuori dal mondo del lavoro. Ma sono anche lavori che i disoccupati devono accettare a qualsiasi condizione, ivi compresa la gratuità, salvo perdere il diritto alle indennità di disoccupazione -che continuano a percepire anche lavorando per quei pochi euro all’ora- e agli altri strumenti di sostegno al reddito. Una situazione che non è tuttavia lontana dalla nostra: «In Italia (i mini-jobs, ndr) sono coperti in parte dal lavoro sommerso, in parte da partite iva, co.co.co e co.co.pro», spiega Roberto Pessi, giuslavorista della Luiss. Si tratterebbe quindi di normare per ricondurre ad un’unica fattispecie tutta una serie di tipologie contrattuali, oltre a far emergere il lavoro nero. Diverso il discorso sull’equità delle misure, visto che al momento gli strumenti di integrazione reddituale non sono né universali, in quanto differenziati enormemente a seconda dei casi e dei contesti, né immediatamente disponibili (chi ha diritto alla cassa integrazione, ad esempio, vi accede sempre con mesi di ritardo).

Va poi considerato l’elemento dell’alternanza scuola-lavoro, che in Germania rappresenta un cardine. Sono decine di migliaia i giovani degli istituti tecnici e professionali che seguono, negli ultimi anni di superiori, percorsi di inserimento in azienda, al fine di acquisire già prima del compimento della maggiore età le competenze necessarie. Non stupisce che la disoccupazione giovanile ufficiale sia al di sotto del 10%, un quarto rispetto a quella italiana.

In terzo luogo, pilastro del sistema di Berlino e dei lander è il decentramento della contrattazione, che dà maggiori spazi di manovra alle aziende pur restando in un quadro normato a livello più alto. «Avrebbe effetti sull’occupazione molto piu’ proficui rispetto all’abolizione dell’articolo 18», commenta Marco Leonardi, docente alla facoltà di scienze politiche dell’Universitò degli studi di Milano. Più critico e realista invece Daniel Gros, direttore del Centre for European Policy Studies: «Il modello tedesco funziona in Germania perchè il Paese ha una certa struttura industriale, fatta di grandi e medie realtà, dei sindacati e dei tribunali del lavoro. In Italia è tutto diverso, e in particolare il comparto industriale è fatto ormai per lo più da piccole imprese».

Ed è proprio quest’ultima precisazione a far sorgere i principali dubbi sulla possibilità di trasferire quanto sembra funzionare in Germania -che ha sì accresciuto la propria ricchezza complessiva, al prezzo però di far aumentare le disuguaglianze al suo interno- sic et simpliciter in Italia. In estrema sintesi: quel che funziona alla Volkswagen non per forza funziona in Fiat. E non servono studi approfonditi per capire il perché.

Filippo Burla

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