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Roma, 8 nov – I tagli alle spese per il welfare ha colpito duramente le famiglie italiane. In media un nucleo familiare su tre (36%) ha dovuto rinunciare a cure mediche o spese finalizzate ad anziani non auto sufficienti. Al diminuire del reddito la soluzione peggiora. In caso di redditi medio bassi la metà delle famiglie (56,5%) si sono ritrovate a rinunciare totalmente o parzialmente a cure sanitarie, ad attività integrative per l’istruzione dei figli, a spese per la cultura e il tempo libero. Questi sono i dati che vengono fuori dall’Osservatorio sul bilancio di welfare delle famiglie italiane curato da Mbs Consulting e presentato stamane alla Camera dei Deputati.



La ricerca segmenta le famiglie in base al reddito, da quelle in condizione di debolezza (13.635 euro di reddito familiare netto) a quelle agiate (68.709 euro), passando per i livelli di autosufficienza (25.699), medio (31.506), benessere (41.920). Se consideriamo un reddito medio annuo pari 29.674 euro, il 14,6% di esso (ovvero 4.328 euro) viene dedicato al welfare a fronte dei tre quarti che vanno in consumi (22.761 euro) e i soli 2.585 euro al risparmio. Lo sgretolamento del ceto medio ha fatto in modo che sono pochissime famiglie possono contare su una liquidità netta di trentamila euro annui. E qui veniam alle dolenti note. Il welfare che nasce per tutelare le fasce più deboli si rivela oggi assai insufficiente. Secondo l’Osservatorio: “Proprio le famiglie più povere, del tutto prive di capacità di risparmio, devono spendere un quinto dei propri guadagni per accedere a servizi essenziali quali quelli per la salute e l’istruzione, nonché per recarsi al lavoro”.

Emblematico è il caso della sanità: 9,3 milioni di famiglie (36,7% del totale) dichiarano di aver fatto delle rinunce, parziali o totali, alle cure”. Entrando più nel dettaglio: si fa a meno delle cure odontoiatriche, ma anche alle visite specialistiche (35,4%) e agli esami di prevenzione (31%).

Per quanto riguarda le giovani coppie con figli i tagli hanno riguardato la spesa baby sitter, asili nido o scuole materne che non possono essere considerate spese accessorie. Molte madri, infatti, per questa situazione sono costrette ad avere lavori part time o a rinunciare a trovare un impiego. Ala luce dei dati dell’osservatorio emerge l’esigenza di rifondare il welfare ripartendo dalle strutture pubbliche. A nulla, infatti, servono i bonus per le neomamme se poi bisogna spendere metà dello stipendio per pagare la retta di un asilo. Lo stesso discorso ovviamente vale per la sanità. Prima di chiudere un piccolo ospedale devono essere funzionanti presidi sanitari sul territorio che possano garantire i servizi anche a chi vive in zone periferiche.

Inoltre, l’austerity domestica ha un impatto pesante sul nostro futuro. Essa, infatti, si traduce in un calo della domanda interna necessaria per far ripartire l’economia nazionale. La contrazione della spesa pubblica fatta per ridurre il debito si traduce solo in un calo del gettito fiscale causato dalla minore spesa delle famiglie.

Salvatore Recupero

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3 Commenti

  1. …occorre creare un unico welfare, evitando, eliminando i mille rivoli, fatto di leggi e leggine, che sprecano denaro senza risolvere in modo deciso i disagi di tutti gli italiani che versano in difficoltà….singoli o famiglie, che non hanno reddito o reddito insufficiente…Evitare i ”bonus” alla Renzi.

  2. Credevo che fare sacrifici significasse rinunciare a quello che ti piace ma che magari non è legato alla mera sussistenza, con i sinistri ho dovuto cambiare idea: fare sacrifici significa rinunciare a quello che ti serve

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