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Roma, 20 mar – Un’altra settimana di tempo. Bisognerà aspettare il 27 marzo per l’ennesimo incontro sulla cessione dell’88% di Autostrade per l’Italia. E’ questa l’ulteriore scadenza fissata da Atlantia (che controlla l’88% di Autostrade) per la lunghissima trattativa con Cassa Depositi e Prestiti.



I Benetton tirano sul prezzo di Autostrade

Il nodo è sempre quello del prezzo. Se da un lato la famiglia di Ponzano Veneto vuole andarsene dal settore, dall’altro intende farlo senza rinunciare ad una ricca buonuscita. Come se non avessero già munto la vacca a sufficienza. Da qui lo sdegnato “No” ai 9 miliardi messi sul piatto pochi giorni fa da Cdp per rilevare la partecipazione: l’offerta è ritenuta “inferiore alle attese, fondate su concrete e coincidenti valutazioni di advisor indipendenti, e non coerente, nei termini sia economici che contrattuali proposti, con l’interesse di Atlantia e di tutti gli stakeholders”. Detta in altre parole: i Benetton vogliono di più per monetizzare al massimo l’investimento. Salutando con il portafogli pieno e 43 morti sotto il Ponte Morandi. Se non siamo all’apice dell’indecenza, poco ci manca.

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Il problema rimane sempre lo stesso. E cioé che, in assenza di qualsiasi procedura di revoca avviata o anche solo minacciata (ma seriamente: non i vaneggiamenti a Cinque Stelle), gli attuali titolari hanno gioco facile a imporre le proprie condizioni. Tanto più che, se lo Stato ha fretta di subentrare, a fare il prezzo è chi vende.

L’unica strada è (era) la revoca

Tutto, insomma, sembra ruotare attorno ad un punto: questa benedetta revoca si può fare o no? Sì. E potrebbe persino non costare troppo alle casse pubbliche. Il nocciolo della questione è uno: Autostrade è stata inadempiente? A sentire le intercettazioni, nonché i video (“Mandavano i ciechi a fare le ispezioni”: lo stato del Morandi era noto dal 2015, con controlli eseguiti di notte per non dover chiudere il transito sul Ponte di giorno e non rinunciare così ai pedaggi), la risposta sembra poter essere affermativa dato che la concessione parla chiaro in termini di obblighi di “mantenimento della funzionalità delle infrastrutture concesse attraverso la manutenzione e riparazione delle stesse”. Questo, però, da solo non basterebbe. Perché è vero che per inadempienza la concessione può essere revocata. E’ tuttavia necessario che un giudice la dichiari prima di poter procedere in tal senso. Insomma, potrebbero volerci anni.

La seconda strada è quella che vede il ministero delle Infrastrutture agire senza attendere la pronuncia del Tribunale. In tal caso si prende tutto il rischio perché, anche se la sentenza dovessere essere poi favorevole, sarebbe comunque tenuto a pagare agli attuali titolari una penale pari ai mancati incassi di Autostrade da qui al termine del contratto (fissato nel 2038). Tanto dispone un capoverso della concessione, sul quale tuttavia non sembra esservi uniformità di interpretazioni. Insomma, alla peggio il ministero rischia di dover tirar fuori meno di 15 miliardi, ma con una penale (in caso di sentenza favorevole) a carico di Aspi pari a circa 1,5-2 miliardi che porta all’ingiù il conto totale.

Sono due, in ultima analisi, gli scenari possibili. O si paga zero, oppure ci si avvicina alla cifra che Cassa Depositi e Prestiti dovrebbe staccare come assegno. Tanto varrebbe, in un gioco del rischio calcolato, tentare la strada della revoca. Ma per intraprenderla servirebbe come minimo la volontà di farlo.

Filippo Burla

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4 Commenti

  1. Senza tenere conto che gli attuali vertici di tutte le società controllate (Tecne, ASPI, Telepass) sono tutte persone messe li da Castellucci e che con lui hanno ancora rapporti: Roberto, Tomasi (ASPI), Gabriele Benedetto (Telepass), Lorenzo Rossi (Tecne)… hanno provato a darsi una ripulita ma internet non dimentica. Andate a cercare i nomi di questi uomini di Benetton/Castellucci.

  2. Rifacciamoci su un po’ di Patagonia, anche per fare migliore figura di Lor Stronzi, vecchi pur privi di capacità fertilizzante.

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