Roma, 10 ago – Industria Italiana Autobus rischia l’amministrazione straordinaria se non interviene un immediato piano di rilancio. L’amministratore delegato Stefano Del Rosso non esclude lo spettro del fallimento. I sindacati non nascondono i loro timori: i 450 dipendenti dei siti di Bologna e di Flumeri in provincia di Avellino rischiano di perdere il loro posto di lavoro. L’ultimo incontro svoltosi al Mise tra azienda e sindacati qualche giorno fa si è rivelato «meramente interlocutorio». Ogni decisione è stata rimandata a settembre.

Prima di capire ciò che sta accadendo, è bene fare qualche passo indietro. Industria Italiana Autobus viene fondata a gennaio 2015, nasce dalla storica Bredamenarinibus, la storica joint venture tra la Iveco (gruppo Fiat) e l’allora Finmeccanica (ereditando l’impianto produttivo bolognese, oltre allo stabilimento ex Irisbus di Valle dell’Ufita situato a Flumeri). La Bredamenarinibus nacque dallo scioglimento, nel 1987, del consorzio Inbus le cui produzioni furono trasferite alla Bredabus, società della capogruppo Breda Costruzioni Ferroviarie, controllata dall’ente pubblico Efim (Ente partecipazioni e finanziamento industrie manifatturiere). Nel 1989, Breda Costruzioni Ferroviarie acquisì la Menarini di Bologna, nata nel 1919. All’inizio degli anni Novanta l’Efim, nel frattempo divenuta società per azioni, dopo aver registrato per decenni enormi perdite, venne posta in liquidazione coatta e le partecipazioni industriali trasferite a Finmeccanica, appartenente allora all’Iri. In questo settore, come spesso accade, il pubblico deve sopperire ai fallimenti del mercato. La grande industria degli autobus non fa di certo fatto eccezione.

Oggi la situazione si ripete. Mancano nuovi investitori che vogliono scommettere su quest’azienda. Questo è uno dei timori dei sindacati. Infatti, Antonio Spera (segretario generale Ugl Metalmeccanici) spiega che «uno dei punti fondamentali che il governo sta cercando di definire con Invitalia e azienda è infatti il nuovo assetto societario per permettere di rilanciare i due stabilimenti di autobus, l’uno di Valle Ufita, in provincia di Avellino, e l’altro di Bologna. Ma ci sono questioni importanti e anche complesse che necessitano di approfondimenti per capire l’affidabilità dei nuovi soggetti che potrebbero entrare in società per la capitalizzazione da parte di nuovi soci».

Ora bisognerà capire quali saranno le prossime mosse del governo. Il ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio in passato aveva parlato della necessità di salvare l’azienda tramite di Invitalia (e con una quota di minoranza in pancia a Leonardo), per «realizzare il polo dell’autobus italiano» a forte vocazione ambientale puntando sui veicoli elettrici per il trasporto pubblico locale. Dopo l’incontro di giovedì scorso al Mise, sono in pochi a credere alla soluzione prospettata da Di Maio. In attesa del prossimo incontro di settembre le parole di Spera descrivono al meglio lo stato d’animo dei dipendenti: «La vertenza va molto a rilento e le preoccupazioni sono sempre più insistenti, dopo tanti anni di incertezze continua l’agonia di centinaia di famiglie e non si intravede una risposta positiva per i lavoratori». Oggi, però, incombe un altro rischio: qualche investitore straniero che potrebbe isolare Invitalia e Leonardo, che potrebbero a loro volta restare nella compagine dei soci, ma non in posizione preminente. Quello degli autobus è un settore che ha bisogno di grandi investimenti per poter competere a livello globale. In assenza di interventi sistemici e coordinati dal pubblico rischiamo di mettere in mano il settore a qualche imprenditore arabo o cinese.

Salvatore Recupero

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  1. Beh in effetti sulle linee italiane i veicoli con meno di 10 anni sono quasi tutti di marche non italiane, è sempre la stessa storia che deriva dalle politiche e delle scelte economiche degli ultimi anni.

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