Roma, 7 apr – Esiste un intero settore dell’economia italiana che, nonostante la stagnazione secolare in cui la nazione è immersa da vent’anni, mostra una vitalità degna di un Paese con fondamentali in doppia cifra. Parliamo dell’ampio mondo delle partecipate pubbliche strategiche, che anno dopo anno continuano a macinare record. E anche il 2018 non ha fatto eccezione.

“Stato spa”

Fra le prime per capitalizzazione di borsa, investimenti, numero di dipendenti, le partecipate pubbliche rappresentano ancora la chiave di volta del nostro sistema produttivo. Da Eni ad Enel, passando per Leonardo e Snam fino ad arrivare a Poste Italiane e Ferrovie dello Stato, quanto è rimasto dalla predatoria operazione di privatizzazioni condotte negli anni ’90 resta ancora fondamentale per le sorti dell’economia tricolore. Ed anche per il conti dello Stato, che beneficiano di importanti dividendi dalle proprie controllate.

Fatta eccezione per l’annus horribilis 2015, le partecipate – l’analisi si riferisce alle sole realtà con rilevanza industriale e di politica economica e controllate dall’amministrazione centrale, tramite ministero dell’Economia o Cassa Depositi e Prestiti: Enav, Enel, Eni, Ferrovie, Fincantieri, Italgas, Leonardo, Poste, Sace, Saipem, Snam, StMicroelectronics, Terna – hanno sempre macinato nel complesso utili miliardari, tali da portare la “Stato spa” al livello delle più importanti multinazionali.

Bilanci stellari

Se considerassimo l’intero complesso delle partecipate come un unico soggetto, nel corso del 2018 l’ultimo rigo di bilancio si chiuderebbe con oltre 14,5 miliardi di utile netto. Non tutti di competenza dell’azionista pubblico, dato che molte società sono controllate dallo Stato solo con una quota (sempre di maggioranza relativa), ma il risultato offre la cifra di un dinamismo imprenditoriale assolutamente in vigore.

Tanto più che le società operano quasi tutte in regime di mercato, dovendosi dunque confrontare con concorrenti spesso agguerriti. Occorre inoltre considerare che, spesso, le partecipate hanno dovuto affrontare percorsi di riposizionamento una volta perduto il monopolio che fino a qualche decennio fa in molte detenevano nei rispettivi settori. Un passaggio non scontato, basti pensare alle vicissitudini che ancora attanagliano Telecom Italia.

Mai così bene negli ultimi anni

Nonostante un quadro macroeconomico non favorevole, le partecipate statali fanno segnare un risultato che si colloca fra i migliori degli ultimi anni.

Se bisogna tornare al 2010 per trovarne uno più elevato (quasi 17 miliardi di utile netto), nel frattempo non sono certo rimaste con le proverbiali “mani in mano”. Escludendo il già citato 2015 (su cui pesò drammaticamente il crollo nel prezzo del petrolio che fece chiudere Eni con un – 8,8 miliardi), la doppia cifra è quasi sempre una costante, con la media di questi 8 anni che supera agevolmente i 10 miliardi.

A godere dello stato di salute è soprattutto l’azionista pubblico, che dopo i 2,5 miliardi di cedole dell’anno scorso ne incasserà altrettanti con lo stacco dei dividendi sull’esercizio concluso pochi mesi fa. Somme importanti, essenziali per puntellare i conti dell’amministrazione. E alle quali, nonostante le continue velleità privatizzatrici (in parte confermate anche dall’attuale esecutivo), sarebbe fuori di senno rinunciare.

Filippo Burla

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