Roma, 11 nov – Continua a crescere il peso delle multinazionali straniere nella nostra economia. A dirlo è un rapporto dell’Istat riferito al 2016, secondo il quale in Italia erano attive 14.616 imprese a controllo estero (+4,3% sul 2015) per oltre 1,3 milioni di addetti (+4,5%) con un fatturato di oltre 539 miliardi di euro (+1,8% sul 2015).

I casi di Magneti Marelli, Candy e Versace sono solo dunque la punta dell’iceberg. Vediamo perché. Le corporate straniere contribuiscono ai principali aggregati economici nazionali dell’industria e dei servizi con il 7,9% degli addetti, il 18,3% del fatturato, il 15,1% del valore aggiunto e il 14,4% degli investimenti. Alla luce di questi dati qualcuno potrebbe pensare che esse concorrano alla ricchezza nazionale. Peccato, però, che nello stesso studio del nostro Istituto Nazionale di Statistica si precisa che: “Questo risultato ampiamente positivo per le attività delle multinazionali estere in Italia è dovuto in parte ad importanti acquisizioni dall’estero di gruppi italiani”. Le grandi imprese italiane che operano fuori dai confini nazionali ne escono con le ossa rotte: si registra un calo del 4,7% degli addetti e del 6,4% del fatturato. L’afflusso di capitali esteri è dunque in buona parte finalizzato all’acquisizione delle nostre aziende. I più grandi gruppi industriali italiani sono ormai passati in mano straniera. L’elenco è lungo ma vale la pena citare i casi più emblematici. Ad esempio la vendita della Pirelli ai cinesi di ChemChina e la cessione dell’Ilva agli indiani di ArcelorMittal. Inoltre, tutta l’industria alimentare è ormai sotto il controllo di tre grandi player Nestlé, Lactalis e Star. Non possiamo poi tralasciare il settore della moda: la punta di diamante del made in Italy. I più grandi marchi sono stati ceduti a soggetti stranieri: Valentino, Gucci, Bulgari e per ultimo Versace. Le uniche realtà industriali che riescono a difendersi sul mercato internazionale sono quelle in cui è forte la presenza dello Stato come l’Eni.

I numeri che vengono fuori dal rapporto dell’Istat trovano riscontro anche a Piazza Affari. Secondo un rapporto del Centro studi di Unimpresa sui listini della borsa finanziaria dominano gli azionisti internazionali titolari di oltre il 50% delle spa quotate.

Le multinazionali hanno, dunque, tutte le carte in regola per fare il brutto e il cattivo tempo. Una corporate ha tutti gli strumenti per eludere il fisco e per imporre ai lavoratori condizioni a dir poco vessatorie.  È necessario che la politica sappia trovare strumenti innovativi per sfuggire alla trappola del colonialismo economico che ci sta soffocando.

Salvatore Recupero

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