Roma, 16 mag – Il mercato del lavoro, complice la crisi economica globale e chi l’ha sfruttata come scusa per ridurre salari e ore lavorative, appare profondamente modificato, sulla pelle degli occupati. Il quadro che emerge dal Rapporto annuale Istat presentato oggi alla Camera dei Deputati mostra infatti una precarizzazione dell’occupazione, con la crescita esponenziale di contratti part-time e a tempo determinato.

A guardare i dati 2017, l’occupazione è tornata quasi ai livelli pre-crisi, ma i posti di lavoro non sono gli stessi di prima. Dal 2008 (anno di inizio della crisi) a oggi l’industria ha perso 896.000 dipendenti, ma i servizi ne hanno acquistati 810.000, un milione di operai sono usciti dal mercato occupazionale mentre sono entrati 861.000 impiegati, sono scomparsi mezzo milione di lavoratori autonomi e sono entrati altrettanti lavoratori dipendenti, sono usciti 471.000 uomini e sono entrate 404.000 donne, e soprattutto e ci sono un milione di part-time in più.

Il Sud rimane indietro rispetto al resto del Paese: rimane infatti l’unica ripartizione con un saldo occupazione ancora negativo rispetto al 2008 (310.000 lavoratori in meno). Il dato generale è migliore: il tasso di occupazione cresce in Italia per il quarto anno consecutivo, attestandosi al 58% nel 2017, tuttavia ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e ovviamente ancora lontano dalla media Ue. Cresce molto la componente femminile (+1,7% dal 2008) ma l’Italia continua ad essere il Paese Ue con il tasso di occupazione femminile più basso (48,9% contro il 62,4%).
L’incremento maggiore del tasso di occupazione riguarda i laureati: nel 2017 risultano occupati quasi otto laureati su 10, due diplomati su tre e solo quattro persone su dieci con la licenza media.
Tra i laureati del 2011 occupati nel 2015 uno su tre ha trovato lavoro grazie all’inserzione sui giornali o Internet o l’invio del curriculum ai datori di lavoro, mentre solo uno su quattro attraverso una segnalazione di parenti amici o la conoscenza diretta del datore di lavoro.
Pur di lavorare spesso ci si accontenta di mansioni al di sotto delle proprie capacità. Il 40% dei giovani diplomati nel secondo trimestre 2016 e il 30% dei giovani laureati hanno dichiarato che per svolgere adeguatamente il loro lavoro sarebbe sufficiente un livello di istruzione più basso rispetto a quello posseduto. Il disequilibrio domanda-offerta tuttavia è del 47,6% tra i diplomati e del 51,8% per i laureati che hanno utilizzato canali informali, mentre si riduce al 36,8% per i diplomati e al 27,9% per i laureati che hanno utilizzato canali formali.
Altro dato significativo, nel 2017 i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano né sono in formazione (Neet) scendono sotto i 2,2 milioni. Dopo il forte calo registrato nel 2016, la diminuzione risulta però minore nel 2017 (-25 mila, -1,1%), alimentata in gran parte dalle donne. Il segmento più numeroso tra i Neet è comunque costituito da persone in cerca di occupazione (898 mila persone, il 41,0% del totale). La probabilità di trovare un’occupazione in 12 mesi nel 2017 è stata più elevata fra gli uomini, fra i residenti al Nord e fra coloro che possiedono un titolo di studio universitario.
Per il quarto anno consecutivo si riducono gli inattivi tra i 15 e i 64 anni, che nel 2017 sono sotto i 13,4 milioni. Il calo è stato meno intenso rispetto al 2016 ma comunque rilevante (-242 mila unità, -1,8%); rispetto al 2008 se ne contano quasi un milione in meno.

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