Roma, 10 apr – Più che un cuneo, un martello. Che batte direttamente in testa alle imprese e ai lavoratori italiani, con quello che consegue in termini anche di delocalizzazioni. L’Italia, ma è tutto meno che un merito, è sul podio. Quello del cuneo fiscale più alto tra i Paesi Ocse. Lo ricorda la Cgia di Mestre che ha analizzato i dati Ocse.

Differenza tra il costo del lavoro e soldi percepiti in busta paga

Il cuneo fiscale, come noto, è la differenza tra il costo del lavoro sostenuto dal datore di lavoro e quanto percepito dal dipendente in busta paga. Il quadro è sconfortante: il cuneo fiscale del Belpaese, che è pari al 47,7 per cento del costo del lavoro, è terzo in assoluto. Peggio di noi solo il Belgio (53,7 per cento) e la Germania (49,6 per cento). Tutti gli altri sono sotto, e dunque le aziende e lavoratori italiani si devono fare carico di maggiori costi in tasse e contributi sulla retribuzione lorda dei dipendenti. Almeno, viene da dire, corrispondesse a reale beneficio per i lavoratori stessi in termini di stato sociale.

La qualità dei servizi offerti

E tutti possono valutare la qualità dei servizi offerti. Il Regno Unito, tanto per avere un metro di paragone, è al 30,91 per cento, ma anche senza metter in mezzo chi è, buon per loro, vicino all’uscita dalla UE, i conti non tornano: l’Irlanda è al 27,20 per cento, la Danimarca al 36,33, i Paesi Bassi al 37,46. E si potrebbe continuare citando il caso del Giappone, fermo al 32,57 o della Svizzera al 21,76, tralasciando il caso limite del Cile con il suo inquietante 7 per cento. Interessante anche la decomposizione del peso complessivo tra le quote del cuneo in capo agli imprenditori e ai lavoratori: per i primi siamo al 24 per cento del totale (quarto posto in graduatoria) mentre ai dipendenti va un po’ meglio e tocca farsi carico del 23,7 per cento (14° posizione nella graduatoria Ocse). “Sebbene negli ultimi anni sia in calo – afferma il segretario della Cgia Renato Mason – la dimensione del cuneo fiscale in Italia rimane un forte ostacolo alla crescita, allo sviluppo degli investimenti e all’espansione dell’occupazione. Per queste ragioni bisogna ridurre le tasse sul lavoro, iniziando dalla componete riconducibile ai lavoratori dipendenti.

Flat tax salutata positivamente

Con buste paga più pesanti, infatti, la probabilità che gli effetti positivi di questa misura rimettano in moto anche i consumi interni è molto elevata”. E la riduzione della tassazione dal 2020 con la flat tax per i redditi familiari sotto i 50mila euro? Viene salutata positivamente in quel di Mestre, ma con una pesante riserva. “Ogni riduzione del livello di tassazione – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – non può che essere salutato positivamente. Tuttavia, visto che le coperture sono limitate, non vorremmo che la flat tax fosse in parte finanziata attraverso un aumento selettivo dell’Iva. L’eventuale introduzione della tassa piatta non avrebbe alcun effetto positivo per coloro che non percepiscono alcun reddito, come i disoccupati o gli inattivi, e nemmeno per una buona parte dei 10 milioni di contribuenti italiani che si trova nella cosiddetta no tax area. Mi riferisco a molti pensionati al minimo e altrettanti lavoratori precari che non versano alcuna imposta sul reddito. Viceversa, l’incremento dell’Iva peserebbe su tutti, anche su chi non beneficerebbe alcun vantaggio dall’introduzione della flat tax, penalizzando, soprattutto, le fasce sociali più deboli”.

Fabrizio Vincenti

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Commenti

commenti

2 Commenti

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    Il quadro è sconfortante: il cuneo fiscale del Belpaese, che è pari al 47,7 per cento del costo del lavoro, è terzo in assoluto. Peggio di noi solo il Belgio (53,7 per cento) e la Germania (49,6 per cento).
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    Se è terzo in assoluto, perché nel titolo si afferma che il più alto di tutti i Paesi Ocse?

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