Roma, 9 ago – L’Europa è, ancora una volta, letteralmente spaccata in due. Da un lato Germania, Francia e i Paesi nordici. Dall’altra la zona “periferica” del sud, dove oltre all’eterna malata Grecia a soffrire sono Spagna e Italia. A segnalarlo è l’ultimo bollettino diramato dalla Bce.

Se Parigi e Berlino ridono, con i livelli dei consumi che hanno già superato di oltre il 10% quelli pre-crisi, “in Italia e in Spagna non hanno ancora evidenziato una completa ripresa”. A praticamente 10 anni di distanza dall’esplosione della bolla dei subprime che ha poi contagiato l’Europa, Roma e Madrid ancora devono fare i conti con numerose difficoltà. Difficoltà date proprio dalle strategie messe in campo per salvare sì la moneta unica, ma che allo stesso tempo hanno gettato le basi per una stagnazione secolare: “I redditi reali da lavoro dipendente – si legge sempre nel bollettino – permangono significativamente inferiori rispetto a prima della crisi a causa della moderazione salariale indotta dalla crisi e della disoccupazione rimasta su livelli elevati”. Insomma, ammette fra le righe la Bce, ci siamo avvitati in un circolo vizioso: l’austerità era necessaria per salvare la moneta unica, ma allo stesso tempo ha condotto verso il lato opposto dell’uscita dalla crisi.

Se non si tratta di un fallimento, poco ci manca. Tanto che, nonostante gli annunci, l’ossigeno del Quantitative Easing continuerà ad affluire da Francoforte. Gli acquisti dei titoli da parte della Bce scenderanno sì da 30 a 15 miliardi al mese per poi cessare da gennaio (ma i titoli di Stato che andranno in scadenza saranno comunque riacquistati), allo stesso tempo però è la stessa Eurotower a riconoscere che “un ampio grado di accomodamento monetario è ancora necessario”. Resta solo da trovargli un nuovo nome.

Filippo Burla

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