Roma, 16 apr – Esiste tutto un filone di studio (ma soprattutto di propaganda a buon mercato) che, all’apice della crisi dei debiti sovrani, faceva le pulci ai due grandi malati dell’eurozona, Grecia e Italia. L’obiettivo era dimostrare una presunta scarsa attitudine al lavoro, ipertutelato da una legislazione protettiva e, conseguentemente, poco orientata a conseguire quei recuperi di produttività necessari a colmare le distanze con i partner della moneta unica. La narrazione, sposata nei rispettivi Paesi da una nutrita schiera di autorazzisti, ha avuto successo. Dal Jobs Act in Italia alla macelleria sociale dalle parti di Atene, la fustigazione dei fannulloni non ha mai smesso di trovare nuove “riforme” . Necessarie, dicevano, a recuperare il terreno perduto. Per colpa nostra, ça va sans dire.

Di riforma in riforma, di legge Fornero in legge Fornero, i compiti a casa sono stati fatti eccome. E Italia e Grecia risultano fra i più stacanovisti dell’area euro. A dirlo è l’Ocse, che in suo recente studio ha segnalato come i greci siano coloro che lavorano di più: 33 ore a settimana in media, 3 in più della media e ben 7 in più rispetto alla Germania. Sopra la media annua anche l’Italia, che dopo l’Estonia occupa il terzo gradino del podio. Staccatissima ancora la solerte Germania, dove sui 12 mesi si lavorano rispettivamente 600 e 400 meno ore rispetto a Grecia e Italia.

Più ore di lavoro ma meno tutele

Si lavora di più e con meno tutele. Logico a questo punto pensare che la produttività ne abbia beneficiato. Così afferma l’accademia. Ma la realtà, di fronte al paradigma neoliberista, spesso non vuole adeguarsi alla teoria. Sfociando in risultati ironici, non fosse che stiamo parlando dell’impiego (se c’è, sempre più sottopagato) di milioni di persone. È sempre l’Ocse, infatti, a spiegare che la produttività proprio non ne ha voluto sapere di tornare a crescere. Si assiste anzi ad un testacoda: nel periodo 2010-2016 la Grecia, prima in termini di ore lavorate, finisce fanalino di coda in questa classifica segnando addirittura -1,09%. L’Italia, da terza, scivola in penultima posizione con un misero +0,14%, ben lontano dal +0,99% di media eurozona.

Quale produttività?

Il dato è chiaro. E offre la cifra di un macroscopico errore nel considerare la produttività come esclusivamente endogena, ossia indipendente (anche) da fattori esterni. Quale ad esempio, a costo di essere ripetitivi, una moneta sopravvalutata che penalizza il nostro export e vive di austerità che comprime la domanda interna. Con risultati che si ripercuotono sulla produzione industriale e, di converso, anche sulla produttività – intesa come valore aggiunto/occupati totali – che scende (o non cresce come quella altrui) nella misura in cui cala il numeratore. È pura aritmetica, dunque buonsenso. Forse se ne sono accorti all’Ocse. Di certo non ancora nei salotti liberisti Ue.

Filippo Burla

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