Roma, 11 nov – Nativo di Gary Indiana, classico Midwest americano, Joseph Eugene Stiglitz ha alle spalle una impressionante carriera accademica che lo ha portato a ricoprire il ruolo di professore in alcune tra le più prestigiose Università americane, tra cui Yale, Harvard e recentemente la Columbia University.

Ha ricoperto incarichi ufficiali sotto l’amministrazione Clinton, e vinto numerosi premi in campo economico fino ad arrivare, nel 2001, al premio Nobel per la sua teoria sui mercati con informazioni asimmetriche.

Da sempre oppositore della globalizzazione e degli estremismi del libero mercato, si è distinto anche per le feroci critiche al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale.

In anni recenti la sua fama in Europa è cresciuta per le sue posizioni fortemente contrarie all’eurozona e alla moneta unica, ma non è stato sempre così.

Nei primi anni 2000 Stiglitz fu un sostenitore dell’integrazione economica europea definita un grande sogno, oggi molto più realisticamente definisce l’Unione Economica e Monetaria “un esperimento andato male”. Le ragioni di questo drastico cambiamento di opinione sono corroborate da fatti inequivocabili e partono principalmente dalla gestione, a suo avviso fallimentare, della crisi dei debiti sovrani nel 2010.

Le soluzioni proposte della Troika, ovvero la Commissione Europea il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea, basate sull’austerity sono state del tutto inappropriate. Concentrarsi su deficit e debito pubblico senza una vera armonizzazione fiscale e senza la costruzione di una unione bancaria sono considerati imperdonabili errori.

L’esempio più lampante di questi errori è stata la Grecia, che a detta dell’economista avrebbe dovuto rigettare i piani di salvataggio ed uscire dalla moneta unica, invece accettando i piani ha avuto come risultato la stagnazione, con un Pil crollato del 25 % rispetto ai livelli pre-crisi e senza alcuna speranza di movimenti al rialzo significativi nel prossimo futuro.

Per l’Italia il discorso è molto simile, il Pil reale ovvero corretto per l’inflazione nel 2016 era allo stesso livello del 2001. Ma il discorso va allargato a tutta l’eurozona nel suo complesso, dal 2008 al 2016 il Pil reale complessivo europeo è cresciuto appena del 3%. E Stiglitz snocciola nei suoi ragionamenti altri dati piuttosto convincenti: ad esempio nel 2000 l’economia Usa era solo del 13 % più grande rispetto a quella dell’eurozona, nel 2016 era del 26 % più grande.

Il pensiero dell’economista americano si sintetizza con la sua frase “Se un paese va male è colpa del paese, se molti paesi vanno male è colpa del sistema”.  Stiglitz sostiene che “l’euro è un sistema praticamente progettato per fallire. Ha sottratto ai governi i principali meccanismi di aggiustamento (i tassi di interesse e i tassi di cambio); e, anziché creare nuove istituzioni per aiutare i paesi ad affrontare le diverse situazioni in cui si sono trovati, ha imposto nuove restrizioni – spesso basate su teorie politiche ed economiche screditate – sui deficit, il debito e perfino le politiche strutturali.”

Il premio Nobel sostiene che o si procederà ad una profonda riforma dell’eurozona, tesa ad eliminare asimmetrie e differenze tra i vari paesi, oppure si assisterà all’uscita unilaterale dei paesi dall’euro, decretandone di fatto la fine.

La ricetta per rendere l’Europa più equa è per Stiglitz tanto semplice quanto difficilmente attuabile, servirebbe infatti una maggiore condivisione dei rischi ad esempio tramite una vera Unione Bancaria europea con garanzia unica sui depositi per evitare fughe di capitali dai paesi deboli ai paesi forti, ma proprio i paesi forti con in testa la Germania, si oppongono a questo progetto anteponendo la necessità di ridurre innanzitutto questi rischi puntando su politiche di austerity. Servirebbero inoltre dei meccanismi europei di aiuto nei paesi che vedono crescere il loro tasso di disoccupazione, un capiente fondo che destini risorse importanti per i paesi che finiscono in crisi e che non hanno più la possibilità di svalutare la propria moneta, ed un rafforzamento del budget europeo per la crescita delle infrastrutture.

Ma queste riforme sono complesse e difficilmente attuabili politicamente, per questa ragione Stiglitz afferma che per alcuni paesi, ed in particolar modo per l’Italia, l’uscita dall’euro sia una soluzione di gran lunga più praticabile. Questa scelta porterebbe al nostro paese benefici “chiari, lineari e considerevoli”

Un cambio più basso consentirebbe all’Italia di aumentare le esportazioni; i consumatori sostituirebbero le merci importate con quelle italiane ed i turisti troverebbero il nostro Paese una destinazione attraente e conveniente. Tutto questo stimolerà la domanda e aumenterà le entrate del governo, si assisterebbe ad una crescita del PIL e ad una diminuzione del tasso di disoccupazione. Naturalmente Stiglitz non nasconde le difficoltà che comporterebbe una scelta del genere ed i rischi relativi a due problemi fondamentali, il rischio di default a catena e la fuga dei capitali.

L’economista propone una massiccia ristrutturazione del debito, prestando particolare attenzione agli effetti che potrebbero colpire le istituzioni finanziarie nazionali. In assenza di questo risanamento, il peso dell’Euro, quello che si chiama “debito”, decollerebbe, assorbendo gran parte dei potenziali guadagni.

Tecnicamente la maniera più semplice per le entità italiane, (governo, aziende o enti locali) sarebbe quella di riformulare il debito, trasformandolo da “debito in Euro” a debito in nuova valuta. Questo aprirebbe sicuramente le porte a contenziosi legali internazionali per questo motivo Stiglitz auspica la promulgazione di nuove leggi sulla bancarotta, che rimangono un’area di competenza dei singoli Stati, ed in generale di una serie di riforme giuridiche e di stratagemmi legali.

Più difficile sarebbe affrontare la potenziale fuga dei capitali all’estero, e su questo l’economista americano è molto chiaro, occorrerebbe agire in maniera veloce e tempestiva, prevedendo dei meccanismi di controllo dei capitali. La potenziale uscita di capitali verso paesi a valuta più forte comporterebbe comunque un costo ma il punto fondamentale di tutta la teoria di Stiglitz è proprio l’analisi comparativa costi – benfici.

Occorre rispondere ad una semplice domanda, in mancanza di una riforma sostanziale dell’Unione Europea: siamo di fronte ad una probabile recessione per i prossimi venti anni, l’Italia se lo può permettere ?

La risposta di Stiglitz è piuttosto lapidaria “l’Italia deve ricordare che ha un’alternativa alla stagnazione economica e che ci sono modi per lasciare la zona euro in cui i benefici probabilmente supererebbero i costi. Se il governo italiano dovesse navigare con successo in tale uscita, l’Italia starebbe meglio. E così il resto d’Europa”.

Claudio Freschi

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