raffineria Eni GelaGela, 28 lug – Al tempo, era uno dei più grandi complessi di raffinazione in Europa. Oggi, anno 2014, la crisi del comparto morde anche la realtà siciliana. Il petrolchimico Eni di Gela dà tuttora lavoro, direttamente e indirettamente considerando anche l’indotto, a più di 300 persone. La raffineria, costruita per volontà di Enrico Mattei, è chiusa da maggio, quando un incendio ha danneggiato parte dello stabilimento che da allora non è più ripartito.

La crisi non è solo del comparto e nemmeno esclusivamente dell’eccessiva capacità di raffinazione, che ha portato già ad altre chiusure eccellenti come l’impianto Tamoil di Cremona. A rischio sono però anche le altre realtà Eni disseminate per l’Italia fra Taranto, Priolo e Livorno, mentre Marghera e Porto Torres sono già sotto processo di riconversione. Il settore chimico è sotto scacco da anni, nonostante l’Italia avesse raggiunto primati a livello mondiale. Con riferimento alla sola trasformazione del greggio, la sovracapacità produttiva è stimata in almeno 40 milioni di tonnellate.

In questo specifico caso, la crisi è di un’intera comunità che attorno al petrolchimico si è sviluppata e dal petrolchimico trae la principale fonte di sostentamento. Non devono quindi stupire i numeri della manifestazione, che non ha coinvolto solo i dipendenti: erano ventimila in piazza oggi, a chiedere a gran voce che si possa dare un futuro all’impianto.

Dopo la chiusura delle torri, infatti, il rischio concreto è che si possa arrivare al blocco sia dei finanziamenti che dei 700 milioni stanziati da Eni lo scorso febbraio per la trasformazione e riconversione di alcune linee. Tanto che, nei giorni scorsi, sono già partiti i primi licenziamenti. Da qui l’origine della manifestazione, che ha visto la partecipazione anche dei principali esponenti sindacali.

Filippo Burla

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