Roma, 8 lug- “Sono 3,3 milioni i lavoratori invisibili che ogni giorno si recano nei campi, nei cantieri, nei capannoni o nelle case degli italiani per prestare la propria attività lavorativa”. Questi sono i dati che emergono dall’ultima ricerca svolta dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre. Secondo gli artigiani mestrini questo segmento dell’economia sommersa genera 77,3 miliardi di fatturato in nero all’anno, sottraendo al fisco un gettito di 42,6 miliardi di euro. Una cifra di tutto rispetto che rappresenta oltre il 40% dell’evasione di imposta annua (secondo una stima dei tecnici del ministero dell’Economia e delle Finanze). Il popolo dei lavoratori invisibili è composto da cassaintegrati, disoccupati e pensionati. A ingrossare le fila di questo esercito ci sono anche lavoratori part time.

Negli ultimi anni l’effetto positivo del lieve aumento degli occupati è stato azzerato dalla diminuzione delle ore lavorate. La contrazione del reddito disponibile ha costretto molte persone ad arrotondare con qualche attività extra. L’economia sommersa, dunque, è una conseguenza del problema e non la sua causa. Nonostante questo dato sia ormai sotto gli occhi di tutti ancora in molti pensano che la precarietà sia la soluzione migliore per far crescere l’occupazione.

Ad esempio il segretario della Cgia Renato Mason rimpiange i voucher che “sono stati impiegati pochissimo in particolar modo al Sud, dove la disoccupazione è molto elevata e l’abusivismo e il sommerso hanno dimensioni molto preoccupanti. Eliminarli, quindi, è stato un errore. Pertanto, vanno assolutamente reintrodotti, in particolar modo nell’agricoltura, nel turismo, nei settori dove è forte la stagionalità e tra le micro imprese artigiane”.  Per meglio comprendere quanto detto è necessaria qualche precisazione teorica. Il voucher è il buono-lavoro Inps pagato dal committente per una prestazione di lavoro accessorio (attività non riconducibili a contratti di lavoro in quanto svolte in modo saltuario). Il valore netto di un voucher da 10 euro nominali, in favore del lavoratore, è di 7,50 euro e corrisponde al compenso minimo di un’ora di prestazione. Ovviamente, la prestazione di lavoro accessorio non dà diritto alle prestazioni a sostegno del reddito dell’INPS (disoccupazione, maternità, malattia, assegni familiari ecc.), ma è riconosciuto ai fini del diritto alla pensione.

Facciamo un esempio pratico. Il cassaintegrato che fa l’aiuto cuoco il sabato nel ristorante di un amico invece di ricevere una paga da venti euro può contare su due buoni da 7,50. Un vero affare. In compenso, però, con il suo sacrificio avrà dato il suo contributo alla lotta contro l’evasione fiscale. A questi livelli è un po’ come tassare la mancia dei camerieri.

Tutto cambia quando però parliamo di lavoro stagionale. In questo caso le regole non mancano. Soffermiamoci per semplicità al settore turistico. Possiamo considerare datori di lavoro stagionali, gli imprenditori o le aziende che abbiano, nell’anno solare, un periodo di chiusura al pubblico superiore ai settanta giorni continuativi o centoventi giorni non continuativi. Tante sono le deroghe concesse dalla legge e dai contratti collettivi nazionali. La stagionalità, infatti, non è dettata da attività svolte solo in un periodo dell’anno ma caratterizza anche le aziende che seguono un’apertura annuale. Queste imprese possono avvalersi durante la bassa stagione della collaborazione di soci e dei coadiutori familiari e di dipendenti assunti a tempo determinato durante il periodo di intensificazione stagionale dell’attività. L’esempio classico è quello di un agriturismo.

Le difficoltà delle imprese del terziario non paiono dunque ascrivibili alle eccessive tutele concesse ai dipendenti. Senza contare dopo l’abolizione dei voucher è cresciuto a dismisura il lavoro a chiamata o intermittente. Si tratta di un contratto subordinato, anche a tempo determinato, con il quale un lavoratore si pone a disposizione di un datore di lavoro che ne può utilizzare la prestazione lavorativa in modo discontinuo, anche con riferimento alla possibilità di svolgere le prestazioni in periodi predeterminati nell’arco della settimana, del mese o dell’anno. Una fattispecie contrattuale che a detta dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps è cresciuto nei primi mesi dell’anno del 120%. Eppure nonostante l’elevata precarietà del mondo del lavoro abbiamo più di tre milioni di lavoratori invisibili. Siamo proprio sicuri che basti un voucher per sanare questa piaga?

Salvatore Recupero

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