Cuneo-fiscale-ecco-perche-si-devono-abbassare-le-tasse-sul-lavoro_h_partbRoma, 30 nov – Qualcuno ricorderà il capolavoro di Orwell “1984”, in cui la filosofia del bipensiero imposta dal Partito si esprimeva nei tre celebri motti paradossali del SocIng: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.

Ebbene, almeno dal fatidico 1999, quando con il pacchetto Treu è iniziato il processo di liberalizzazione del rapporto di lavoro subordinato (leggasi “flessibilità”), che prosegue anche in questi giorni con il Jobs Act possiamo tranquillamente aggiungerne un quarto senza peccare di superbia: il licenziamento è lavoro.

In fondo è questa la filosofia sottesa al concetto di flessibilità: è più facile essere assunti da un imprenditore se questi è certo di potersi sbarazzare di te alla bisogna. Ora, i lettori sapranno che abbiamo più volte tentato di spiegare come l’unico motivo per cui un’impresa può assumere è se ha la prospettiva di incrementare i fatturati nel futuro, ergo se veramente si volesse riassorbire la disoccupazione bisognerebbe effettuare politiche fiscali anticicliche per incrementare la domanda aggregata attraverso il deficit pubblico.

Appare quindi evidente che le ragioni di questa sciagurata serie di politiche anti-lavoratori, perseguite sostanzialmente con il beneplacito degli inutili sindacati classisti, risiedano in qualcosa d’altro, ed in realtà la spiegazione, per quanto possa apparire strana, ce l’abbiamo sotto gli occhi ogni volta che apriamo il portafoglio.

Facciamo un passo indietro. L’Euro è stato introdotto per impedire al cambio delle varie economie dell’Eurozona di aggiustarsi reciprocamente, seguendo i propri differenziali di inflazione. Il motivo, si diceva, è che l’imposizione di questo “vincolo esterno” che ci privava della scappatoia delle “svalutazioni competitive” ci avrebbe costretti ad essere “seri” come i Tedeschi.

La classe imprenditoriale ha accettato quasi all’unanimità di perdere uno strumento preziosissimo come la flessibilità del cambio, ma ha preteso una contropartita: lo smantellamento di tutte quelle norme che garantivano una relativa stabilizzazione di fatto del rapporto di lavoro subordinato. In questo modo è stato possibile abbattere drasticamente il costo del lavoro e la rivendicazioni di base, e si sperava quindi di poter competere all’estero alla pari. La Germania ha fatto lo stesso, ma c’è il piccolo particolare che per lei l’aggancio all’Euro è stato l’equivalente di una svalutazione del Marco, e non di una rivalutazione della Lira come nel nostro caso, indi partivano nettamente avvantaggiati ed a produttività crescente.

Forse salta subito all’occhio la follia del mercantilismo: sacrificare il mercato interno per competere all’estero. Perché è in fondo questo che vuol dire “flessibilità”: un mercato di schiavi sottopagati che ti consente di esportare. Una follia che infatti si è ritorta contro la stessa classe imprenditoriale nazionale, in particolare con le Pmi, strangolate dal crollo della domanda interna. Non è possibile basare un’economia sulla fola della “competitività”, perché il commercio internazionale è necessariamente un gioco a somma zero. Se c’è qualcuno che esporta molto (come la Germania o la Cina) ci deve essere qualcun altro che importa molto, ergo che incrementa il proprio debito estero, con le conseguenze che ben sappiamo noi nell’Eurozona.

Data per scontata la necessità dell’uscita dall’Unione Europea e la riappropriaazione di tutte le leve di politica economica e monetaria che essa ci preclude, sarà però tutto inutile se questa non diventa l’occasione per un profondo cambio di mentalità che predisponga ad un nuovo patto sociale. La classe imprenditoriale si deve rendere finalmente conto che la flessibilità è una follia innanzitutto per l’impresa medesima, perché impedendo la fidelizzazione del lavoratore, distrugge capitale umano ed esperienza pratica. Di più, essa rappresenta un formidabile strumento di disincentivazione dello sviluppo. La strada da seguire è quindi l’esatto opposto, e l’attuazione dell’articolo 46 della Costituzione potrebbe rappresentare la base per questo nuovo patto sociale.

Uno studio di qualche anno fa dimostra che la cogestione in Germania ed altre nazioni non danneggia le imprese che la applicano, anzi le rende più competitive, a patto che i rappresentanti del lavoro siano eletti dai lavoratori medesimi e non nominati dalle burocrazie sindacali.

E qui casca l’asino. La triplice sindacale, che è rimasta a guardare mentre i salari reali precipitavano, per effetto delle varie “riforme del lavoro” potrebbe rappresentare un ostacolo non da poco sulla strada di questa riforma epocale, Cgil landiniana in primis.

Ai sindacati classisti non importa tentare di superare la questione sociale, perché loro sguazzano nella finta concertazione confindustriale, in particolare per il giro di danaro che gestiscono. Sono ovviamente spiccioli rispetto alle cifre che sono in ballo nel settore finanziario che in occidente ha oramai fagocitato l’economia reale, la politica e persino la società di massa, ma questa non è certo una scusante, semmai un aggravio.

In effetti, un ladrone internazionale plurimiliardario come Soros ha comunque una sua dignità, come un villain dei fumetti. Il ladro di polli è sempre e comunque una figura patetica.

Matteo Rovatti

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