Roma, 21 set – Sono ormai definitivamente finiti – con buona pace dei supposti meriti del Jobs Act – gli effetti degli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato. Con il governo alle prese con la definizione dei nuovi sgravi contributivi a partire dal nuovo anno, l’Inps certifica che le aziende assumono, ma, quando lo fanno, preferiscono contratti a termine.

La rilevazioni giungono dall’Osservatorio sul precariato che, nel suo bollettino periodico, spiega come a fronte di “un saldo tra assunzioni e cessazioni pari a +1.073.000, superiore a quello del corrispondente periodo sia del 2016 (+825.000) che del 2015 (+930.000)”, la parte del leone nei nuovi rapporti di lavoro è “dei contratti di apprendistato (+52.000) e, soprattutto, dei contratti a tempo determinato (+501.000)”, mentre “si registra un’ulteriore compressione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (24,2% nei primi sette mesi del 2017)”. Numeri in decisa frenata, se si pensa che “nel 2015 – scrivono i tecnici dell’Inps – quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato, era stato raggiunto il picco del 38,8%”.

Fra le assunzioni a tempo determinato, inoltre, vanno considerati i numerosissimi lavori di natura stagionale, i quali non troveranno seguito con il termine dell’estate o del periodo turistico. Senza poi considerare il vero e proprio boom dei contratti a chiamata “che, con
riferimento sempre all’arco temporale gennaio-luglio, sono passati da 112.000 (2016) a 251.000 (2017), con un incremento del 124,7%”. Un aumento, si legge sempre nel rapporto Inps, che “come in parte anche quello dei contratti di somministrazione e dei contratti a termine, può essere posto in relazione alla necessità delle imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher, cancellati dal legislatore a partire dalla metà dello scorso mese di marzo”.

Filippo Burla

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