Roma, 21 dic – Non basta più avere un lavoro per vivere dignitosamente. Questo è quello che si può desumere dall’ultima rilevazione dell’Inps nel suo “Osservatorio statistico sui lavoratori dipendenti”.

Secondo i tecnici del nostro istituto di previdenza sociale oltre il 40% dei lavoratori dipendenti ha guadagnato nel 2017 meno di 15mila euro segnalando che tale incidenza varia significativamente per genere (per le donne è il 51,2% contro il 32,2% degli uomini), per territorio (55,1% per Sud e Isole contro il 33,4% del Nord e il 42,1% del Centro), per cittadinanza (57,4% per gli extra comunitari contro il 38,7% dei comunitari). Questi dati dipendono in gran parte dal dalle varie tipologie di contratti (full-time o part-time).

Come si è più volte sottolineato per valutare le cifre sull’occupazione non basta conteggiare il numero delle assunzioni ma è necessario analizzare anche il monte ore lavorato. In pratica non si può pensare che una persona sia pienamente occupata se lavora poche ore a settimana. Esiste quindi un problema legato alla qualità del lavoro da cui deriva anche la paga del dipendente stesso. La moltiplicazione dei lavoretti, figlia della cultura della flessibilità, ha contribuito a creare le disparità rilevate nella sopracitata analisi. Le operazioni cosmetiche come gli ottanta euro di Renzi non sono servite a migliorare il reddito di chi, pur lavorando, è di fatto un precario.

Tra le diseguaglianze evidenziate dall’ Osservatorio spicca quella relativa alla cittadinanza: gli stranieri guadagnano meno degli italiani. Ciò che può sembrare un’ingiustizia, è in realtà proprio la conseguenza diretta dell’immigrazione. I fenomeni migratori da sempre servono a comprimere i salari e a peggiorare le condizioni lavorative delle maestranze. Un imprenditore che assume un allogeno non lo fa certo per motivi umanitari. E la storiella degli italiani che non vogliono fare lavori umili serve solo a giustificare l’avidità di molti datori di lavoro.

Non è un caso, infatti, che il tasso di occupazione degli immigrati in Italia sia pari al 60%: due punti percentuali in più rispetto a quello dei nativi (58%). A dirlo è il rapporto “Settling In 2018: Indicators of Immigrant Integration”. In questo rapporto si sottolinea come: “Sebbene l’integrazione degli immigrati nel mercato del lavoro appaia inizialmente positiva, molti di loro sono impiegati in mansioni poco qualificate e spesso sono sottopagati”. È palese che questa gara al ribasso non può non danneggiare gli italiani pur di lavorare dovranno essere disposti a tutto. Appare, pertanto, evidente che il combinato disposto tra flessibilità ed immigrazione porta all’impoverimento di quella che un tempo si chiamava “classe lavoratrice”. Con buona pace dei sindacati e delle sinistre che hanno sposato da tempo la causa dei “no borders”.

Salvatore Recupero

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  1. Per questo motivo,me ne sono andato via dal’ italia. Lavoravo come verniciatore di mobili,la paga era sulla norma,1090euro al mese ( 2002/2009 ),ma prendevo un fisso fuori busta paga di 900 euro. Poi sono arrivati per primi i rumeni,e il fisso è calato di 300euro,loro lavoravano più ore,ha meta del nostro compenso. Poi sono arrivati dal’ india, li e sparito del tutto il fuori busta. Costretto ad emigrare,in Francia mi hanno pagato per fare la patente D,da noi te la paghi,poi dopo pochi mesi che lavoravo,mi hanno messo in pensione,visti i miei problemi di salute,problemi che avevo gia in italia. Io non ho chiesto nulla,il mio medico generalista ha fatto per me. Industriali e imprenditori approfittano del’ immigrazione,per pagare meno la buona manodopera italiana. Spero che salvini e compani,riescano néo loro progetto,ma la vedo dura, a noi

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