cinesiallavoro[1]Roma, 11 ago – Le associazioni imprenditoriali in queste ultime due settimane hanno lanciato dei segnali allarmanti. Prima uno studio di Confindustria, secondo il quale nel 2014 il saldo tra imprese iscritte e cessate è negativo per oltre 14 mila unità. Praticamente ogni cinque minuti chiudono due aziende. Poi la Cgia (Associazione Artigiani Piccole Imprese) di Mestre ci dice che la crisi non è uguale per tutti. Le imprese guidate da stranieri, che tra il 2012 e il 2013 sono aumentate del 3,1%, hanno toccato in valore assoluto quota 708.317.

Certo, non servivano studi approfonditi per vedere quello che è sotto gli occhi di tutti. In qualsiasi città le saracinesche si abbassano e i capannoni chiudono. Questa non è certo una novità. Gli economisti attribuiscono la colpa ad una moneta troppo forte (l’Euro) per un Paese troppo debole. I moralisti si scagliano contro i gli evasori e i corrotti. I sindacalisti puntano il dito contro la disoccupazione.  Meno soldi in tasca meno spesa pro capite. Ma qualcosa in questo ragionamento lapalissiano non torna.


Le imprese cinesi sono aumentate del 6,1% superando di poco la soglia delle 66 mila unità. Di fronte al risultato conseguito dalle imprese italiane che, purtroppo, sono diminuite dell’1,6%. “Sebbene in alcune aree del Paese esistano delle sacche di illegalità che alimentano il lavoro nero e il mercato della contraffazione – dichiara il segretario della Cgia Giuseppe Bortolussi – non dobbiamo dimenticare che i migranti cinesi si sono sempre contraddistinti per una forte vocazione alle attività di business. I cinesi, infatti, nel momento in cui lasciano il Paese d’origine, sono tra i migranti più abili nell’impiegare le reti etniche per realizzare il loro progetto migratorio che si realizza con l’apertura di un’attività economica”.

Insomma, gli stranieri sanno rimboccarsi le maniche. Gli italiani hanno perso la voglia di lavorare e preferiscono il suicidio a qualche ora di straordinario. Questa è la verità che ci viene propinata. È opportuno a questo punto analizzare in maniera più approfondita il modello cinese. Due sono le scuole di pensiero.

C’è chi afferma che: “Le relazioni che uniscono ogni singolo cinese sono a prova di fallimento, perché si basano su mutui e prestiti accordati da conoscenti a conoscenti, i quali non ci pensano neppure a non restituirli. Il guanxi funziona come una banca sociale, dove non esiste il tasso d’interesse ma la fiducia, xinyang”.

Ma non tutti la pensano così.  Il sinologo Giorgio Trentin spiega: “Lo sfruttamento comincia in Cina, dove il laoban, l’imprenditore, o i suoi collaboratori, contattano il lavoratore interessato a emigrare ma privo di mezzi. Gli viene offerto il biglietto e gli si fa ottenere il visto, e quindi viene imbarcato come un pacco con visto turistico e spedito in Italia. Qui l’imprenditore lo accoglie e lo fa lavorare in un capannone. Molto spesso esiste un vincolo di parentela con il lavoratore, così da non correre il rischio di essere denunciato per sfruttamento. Al lavoratore cinese vengono sequestrati i documenti, così da costringerlo a restare nel capannone”.

La comunità cinese dispone di avvocati e di commercialisti di fiducia. Le verifiche effettuate dalla Guardia di Finanza hanno, infatti, evidenziato come alcuni imprenditori cinesi inviassero in patria i loro capitali, cercando di aggirare la normativa antiriciclaggio. Il meccanismo si basava su diverse rimesse effettuate mediante money transfer, tutte d’importo inferiore ai mille euro.

E il sindacato nella rossa Toscana tace. Perché il rischio di esser tacciati per razzisti incombe. Si parla dei cinesi solo quando esplode qualche capannone.

Le imprese italiane chiudono perché si trovano tra l’incudine della concorrenza sleale e il martello delle tasse e della burocrazia. Le istituzioni non si stracciano certo le vesti di fronte a questo penoso declino. Anzi, con la scusa della liberalizzazione, si è  innescata una pericolosa deregulation. Per esempio, nel commercio: saldi fuori stagione e niente orari. Dimenticandosi che le regole servono a tutelare i più piccoli.

Ma siamo proprio sicuri che la politica, oggi, voglia difendere la libera iniziativa e la classe media italiana? La domanda è volutamente retorica. Anche perché, cosa c’è da aspettarsi da uno Stato che utilizza le sue navi per andare a prendere gli immigrati lasciando in balia del loro destino due suoi soldati in terra straniera?

Salvatore Recupero

Commenti

commenti

CONDIVIDI
Articolo precedenteLa manna di Obama: cibo e bombe cadono dal cielo
Prossimo articoloAlitalia-Etihad, i tanti dubbi sul futuro
Salvatore Recupero
Nato a Barcellona Pozzo di Gotto nel 1980 e cresciuto a Furnari in provincia di Messina. Vive a Roma dove ho conseguito due lauree: una in Scienze dell’Amministrazione presso l’Università La Sapienza e l’altra in Editoria e Giornalismo con una tesi sul “giornalismo multimediale” presso la Lumsa. Dodici anni fa ha iniziato a collaborare con alcuni periodici occupandosi di politica interna ed internazionale. Da studente universitario ha affiancato alle collaborazioni giornalistiche l'attività di consulente marketing ed editing per la Casa editrice Nuove Idee. Dal dicembre 2013 la sua attività giornalistica è focalizzata principalmente su tematiche economiche e finanziarie per Il Primato Nazionale.

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here