unimpresa logoRoma, 25 ago – Oltre il 40% di Piazza Affari è in mani estere. Non la borsa in sé, che ha già trasferito armi e bagagli sotto l’ombrello del gruppo London stock exchange, ma il listino, che parla sempre più lingue straniere. E’ questo il dato principale che emerge da uno studio condotto da Unimpresa, organizzazione di rappresentanza delle micro, piccole e medie realtà imprenditoriali.

Nonostante il perdurare della crisi, le società quotate alla borsa di Milano hanno visto crescere la capitalizzazione complessiva di 159 miliardi di euro. “Merito” degli investitori esteri che, nel periodo gennaio 2013 – gennaio 2014, hanno accresciuto la propria presenza nel mercato telematico. Un passaggio che segue il parziale abbandono dei titoli di Stato, sui quali le posizioni d’oltreconfine si sono sensibilmente ridotte a vantaggio dei soggetti (cittadini e banche) residenti, motivo principale questo della caduta dei differenziali di rendimento con gli omologhi tedeschi.

Lo studio prosegue poi con l’analisi delle attività, segnalando che le famiglie restano ancora predominanti nel quadro dell’imprenditoria nazionale. Una caratteristica peculiare del sistema-Italia dove aziende anche grandi, quotate e non, sono ancora in mano a un ristretto nucleo. Gli esempi Fiat e Barilla sono solo due fra tanti.

Numeri che dovrebbero far scattare più di un’allerta. A sostenerlo è il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi: «Se da una parte va valutato positivamente l’aumento del valore delle imprese italiane, dall’altro bisogna guardare con attenzione la presenza degli stranieri e capire fino a che punto si tratta di investimenti utili allo sviluppo». Il riferimento è ovviamente alla possibilità che, oltre ai vari casi già di cronaca che vanno da Parmalat a Bulgari, passando per le mosse su Lucchini e Ilva, gruppi esteri possano manifestare interesse senza un occhio al futuro industriale. Continua infatti lo stesso Longobardi: «La fortissima crisi che sta colpendo l’Italia più di altri paesi sta consegnando di fatto i pezzi pregiati della nostra economia a soggetti stranieri, che non sempre comprano con prospettive di lungo periodo o di investimento, ma spesso per fini speculativi».

Filippo Burla

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