Ponte di Piave, 07 giu – Il gruppo Stefanel ha gettato la spugna. Il cda dell’azienda trevigiana ha scelto di avviare l’iter per la procedura di ammissione all’amministrazione straordinaria, “attraverso il deposito dell’istanza per la dichiarazione dello stato di insolvenza presso il Tribunale competente”. Cerchiamo di capire meglio le ragioni di questa scelta.

Stefanel: i conti non quadrano

I conti dell’azienda veneta sono tutt’altro che solidi: la società ha chiuso il 2017 (ultimo bilancio approvato) con ricavi per 125 milioni e un ebitda negativo di 19,8 milioni. Questo spiega quanto avvenuto il 5 giugno scorso. Il board di Stefanel “prendendo atto della mancata definizione di un accordo con gli stakeholders, dell’attuale assenza di altri interlocutori interessati a supportare la società nella formalizzazione dell’ipotizzata proposta concordataria e dell’impercorribilità di ipotesi autonome di rafforzamento patrimoniale e ristrutturazione dell’indebitamento complessivo ha quindi deliberato di rinunciare alla procedura di concordato preventivo con riserva”. Ora, dunque, si dovrà attendere la nomina di un commissario giudiziale su indicazione del Ministero dello sviluppo economico. L’azienda ha alzato bandiera bianca. I sindacati non sono rimasti sorpresi da questa notizia. I rappresentanti dei lavoratori da tempo avevano chiesto, in accordo con la Regione Veneto, un incontro al Mise per un monitoraggio sulla situazione. I duecento dipendenti del gruppo trevigiano devono però fare a fila: al Ministero del Lavoro già incombono le vertenze Mercatone Uno e Whirlpool.

Il fallimento del piano voluto dai fondi di private equity


Tornando a Ponte di Piave, per capire come si è arrivati a questo punto occorre fare un passo indietro. L’azienda che nasce nel 1959 conosce una rapida espansione negli anni ottanta e novanta. La crisi economica del nuovo millennio non risparmia il gruppo. Nel corso dei primi sei mesi del 2013 il gruppo registra ricavi netti pari ad euro 84,3 milioni, in calo del 12% rispetto all’anno precedente, quando ammontavano a 96 milioni di euro. Due anni fa la finanza inglese corre in soccorso della casa d’abbigliamento italiana. Nel settembre 2017 nel capitale sono entrati i due fondi Oxy Capital (già attivo nel salvataggio della veronese Ferroli e di Olio Dante) e Attestor, mentre la famiglia, rappresentata da Giuseppe Stefanel (figlio del fondatore Carlo) è rimasta con una quota del 16,4%. I nuovi arrivati promettevano un rilancio del marchio puntando sull’Italia. “Uno dei problemi di Stefanel è che è stato alzato troppo il target – hanno detto i fondatori di Oxy a Reuters – spingendolo verso il lusso, senza accompagnarlo da una adeguata qualità. Bisogna ricalibrare il rapporto qualità prezzo alzando il livello dei tessuti e della confezione.

Per questo pensiamo anche a un reshoring, riducendo il peso dei fornitori cinesi e riportandone una parte in Italia, Turchia e Romania”. Insomma, i britannici sognavano una Stefanel sovranista. Intanto però tagliavano i punti vendita puntando su una strategia più mirata. “Il salvataggio di Stefanel sarebbe passato per un maggiore focus sulla vendita all’ingrosso con investimenti in marketing, social e promozioni”. Il progetto, però, non si è rivelata lungimirante.  Nel 2017 il fatturato è calato del 6,5% e l’indebitamento è salito nei primi mesi del 2018 dai quasi 40 milioni del 2017 ai quasi 60 di fine giugno. E così arriviamo ai giorni nostri. In pratica mancando l’accordo con i creditori (si trattava di rimborsare 40 milioni di euro), la società rinuncia alla procedura di concordato preventivo e delibera di avviare invece l’iter per l’amministrazione straordinaria. Con quest’ultima mossa, finisce di fatto una grande storia: un altro importante marchio italiano si avvia verso il declino.

Salvatore Recupero

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