Roma, 11 mar – Quanto ci sono costate le politiche di austerità targate Mario Monti? Mille euro a testa. E’ questa la cifra che emerge da un recente studio della Fondazione Di Vittorio in merito alle retribuzioni e al potere d’acquisto dei lavoratori italiani.

Potere d’acquisto in stagnazione

Se l’Italia sta attraversando da vent’anni una fase di stagnazione secolare, non meglio va per salari e stipendi. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti, osserva lo studio, sono infatti bloccate a quota 29mila euro lordi, in deciso arretramento rispetto ai 30mila del 2012.

In sette anni abbiamo perso mille euro di potere d’acquisto. Vero che l’inflazione non ha nel frattempo galoppato, riducendo così la sua incidenza, ma il calo è sensibile. Tanto più se confrontato con la dinamica delle più importanti economie dell’eurozona. In Francia, ad esempio, i lavoratori hanno guadagnato 2mila euro a testa, che diventano quasi 4mila in Germania. Peggio di noi (sia pur di poco) fa solo la Spagna.

Le colpe dell’austerità

A pesare, nel drammatico quando tracciato dalla Fondazione Di Vittorio, sono soprattutto i lavori part-time e quelli a tempo determinato. Fa la sua parte anche la sostanziosa riduzione di impieghi ad alta qualifica, a testimonianza di un progressivo assottigliamento della classe media. All’interno di questo quadro, poco ha potuto fare la fiacca dinamica della contrattazione collettiva, incapace di recuperare da un lato quanto si perdeva dall’altro.

Il risultato è stato l’ennesimo tonfo nella quota salari sul Pil, che sconta l’ennesimo calo dal 2012. Una data, quest’ultima, indicativa. Rappresenta infatti l’inizio della stagione dell’austerità targata governo Monti. Austerità che, oltre a colpire la spesa pubblica, si caratterizza anche per la moderazione salariale, unica strategia di svalutazione – la cosiddetta “svalutazione interna” – in assenza della possibilità di agire sul valore della moneta. Con, a corollario, l’incremento della disoccupazione (quasi raddoppiata dal 2012 al pico del 2015) che ha agito indirettamente da calmiere delle retribuzioni. E del potere d’acquisto degli italiani, che si ritrovano a dover fare ancora una volta i conti con i danni della moneta unica.

Filippo Burla

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