molinariRoma, 5 giu – Quello slogan pubblicitario di qualche anno fa (“Ho un solo torto, non sono straniera”) oggi porterebbe come minimo un processo politico. Del resto il fatto di parlar chiaro viene da tempo rivendicato come filosofia di fondo del brand e la scelta dell’ultimo testimonial, lo spigoloso ma geniale José Mourinho, va esattamente in questa direzione. Parliamo di Molinari, un marchio che rappresenta un pezzo di storia importante del made in Italy.

In tempi di capitalismo apolide, di aziende smembrate e delocalizzate, di comitati d’affari senza nome, Molinari fa eccezione, non foss’altro per il fatto di essere legata indissolubilmente a una famiglia e a una terra. Raccontava il Corriere della Sera un anno fa:


«La dinastia della Sambuca ha appena affrontato il passaggio dalla seconda alla terza generazione. Antonio, 73enne figlio del fondatore Angelo e fratello di Marcello (scomparso alcuni anni fa) e Mafalda, ex senatrice di An, ha passato le deleghe di capoazienda ai figli Mario (43 anni) e Angelo (39), diventati ambedue amministratori delegati, e ha chiamato la terza figlia Inge (37 anni) in consiglio. Antonio ha invece assunto l’incarico di presidente lasciato dalla sorella 90enne».

Allo stesso periodo risale una relazione sull’azienda di periti indipendenti in cui la Molinari ne esce come un vero gioiello dell’imprenditoria italiana: «Il valore economico della Molinari Italia spa – si legge nella relazione – cioè il valore che un potenziale acquirente sarebbe disposto a pagare se la proprietà venisse offerta in vendita sul mercato è di 155 milioni». Una cifra che rappresenta tre volte i ricavi dell’azienda.

Quest’avventura imprenditoriale tutta italiana nasce nel 1945, a Civitavecchia, dove Angelo Molinari, esperto liquorista, fonda l’azienda e crea un prodotto di altissima qualità, dal gusto inconfondibile: la Sambuca Extra. Il segreto? Il liquore è prodotto a partire dall’anice stellato e non dal tradizionale anice verde dei concorrenti.

Prodotta per i primi 14 anni in un opificio di tipo artigianale, Sambuca Extra Molinari si diffonde in poco tempo in tutta Italia e storia4diventa uno dei simboli della “Dolce Vita” romana. È proprio Angelo Molinari, con i figli Marcello e Mafalda, a suggerirla ai barman e ai ristoratori di via Veneto a Roma, che la servivano con qualche chicco di caffè (possibilmente in numero dispari, per una forma di scaramanzia). La “Sambuca con la mosca” conquista così paparazzi e divi come Anita Ekberg, Marcello Mastroianni e Walter Chiari.

Nel 1959 e nel 1964 nascono i primi stabilimenti per la produzione a livello industriale. Nel 1967 Antonio Molinari entra in azienda, accanto ai fratelli Marcello e Mafalda. Nel 1975 viene inaugurata a Colfelice (Frosinone) la Molinari Sud S.p.A., un nuovo stabilimento ad alto livello di automazione, in grado di produrre 60.000 bottiglie al giorno.

Il marchio va forte, anche grazie ad abili strategie di marketing. Fra i testimonial, nel corso degli anni, si sono avvicendati Carlo Giuffré, Folco Quilici, Adriano Panatta, Paolo Stoppa, Rina Morelli, Walter Chiari, Sidney Rome e infine appunto Mourinho, sia pur in versione “Invisible Man”.

Anche gli slogan sono rimasti impressi nella memoria del grande pubblico. Basti pensare a frasi come “Occhio all’etichetta”, “Non si dice Sambuca, si dice Molinari”, il già citato “Ho un solo torto, non sono straniera”, o a quella pronunciata da Walter Chiari in un celebre “carosello”: “Bere troppo fa male, bere male fa peggio, bevi poco ma bene, bevi Sambuca Molinari”.

Oggi Molinari esporta in 80 Paesi un terzo dei 10 milioni di bottiglie prodotte a Colfelice. I Molinari hanno comprato in Italia (51% del Limoncello di Capri, Vov, e Distilleria Ceschia) e all’estero (la slovacca Dk nella acque minerali).

Giorgio Nigra

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1 commento

  1. Il vero liquore all’anice della tradizione italiana è il Varnelli ben conosciuto e consumato nelle Marche, ci si cucina, si beve così come digestivo o si mischia con the caffè.
    Purtroppo ha avuto meno marketing rispetto alla Sambuca quindi fuori della sua patria naturale è meno conosciuti tuttavia è molto più valido e consistente come prodotto della gastronomia tradizionale italiana.

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