Roma, 5 set – Se il fatto di strimpellare “bella ciao” è un bell’inizio, anche il curriculum del neo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri riserva più di qualche sorpresa. A partire da una laurea in storia, che ne fa il primo non economista a capo di uno dei dicasteri-chiave da oltre 30 anni. Di formazione marxista, dalla Federazione Giovani Comunisti fino al Pd, la sua storia politica è una rappresentazione plastica della parabola della sinistra passata dalla lotta di classe ad altri lidi ben lontani dal “popolo”.

Roberto Gualtieri l’europarlamentare

Poco noto alle cronache, Roberto Gualtieri è stato per tre mandati (ultimo quello appena iniziato) europarlamentare europeo. In tale sede non ha mancato di criticare l’approccio della Commissione sui temi economici, in special modo per quanto riguarda le politiche di austerità.

Almeno a guardare gli esiti, non pare che ciò abbia dato grandi risultati. Siamo d’altronde nell’ambito della già più volte fallimentare strategia di “cambiare l’Europa dall’interno”, sulla quale sono affondati ripetutamente i velleitari tentativi di mediazione condotti nel corso degli anni da diversi governi di ogni colore. Segno, probabilmente, che non bastano i buoni uffici con Bruxelles o con la Bce per invertire una strada da cui l’Ue non intende retrocedere se non per brevi (e dunque cosmetiche) deviazioni.

Il bail-in e i risparmiatori stritolati

Miglior sorte, invece, ha ottenuto il suo impegno come presidente della Commissione per i problemi economici e monetari. In tale sede è stato protagonista dell’importante accelerazione sul tema dell’unione bancaria, uno dei pilastri su cui la futura Ue dovrà fondarsi.

Proprio in seno all’unione bancaria si è venuto ad incardinare il principio, considerato fondamentale, per il quale le difficoltà di un istituto di credito devono essere affrontata a livello comunitario e mai, in ogni caso, risolta attingendo al denaro pubblico. Vede così la luce la BRRD, la direttiva europea che ha l’obiettivo di prevenire e gestire le crisi delle banche. Ed è al suo interno che si cela il meccanismo di salvataggio interno, altrimenti noto come “bail-in”.

Parliamo della procedura secondo la quale, in caso di crisi bancaria, a dover sopportare le perdite sono prima gli azionisti, poi i titolari di obbligazioni subordinate, eventualmente quelli di obbligazioni senior e, in ultimo, anche i correntisti (limitatamente ai depositi superiori ai 100mila euro, ammesso e non concesso che in caso di crisi sistematica il fondo interbancario di tutela abbia risorse sufficienti allo scopo).

L’esito della nuova politica lo si è visto sin dal principio con le note vicende di Banca Etruria, Banca Marche e le altre, che hanno visto una spremuta di sangue fra risparmiatori che spesso e volentieri si trovavano costretti a sottoscrivere questi strumenti come condizione per poter accedere a mutui o finanziamenti. Cornuti prima e mazziati dopo, verrebbe da dire. Con la benedizione di Roberto Gualtieri stesso, che non più tardi del febbraio di quest’anno ancora diceva: “Il Bail in è uno degli strumenti della risoluzione. Come principio non è sbagliato: il fatto che le perdite siano assorbite dagli investitori e non dai contribuenti è un principio giusto”. Ci vuole tutto il coraggio di un non economista per non capire la devastante portata, in termini di fiducia, di una misura di questo tipo. Tanto più in una situazione in cui le banche italiane sono ben lungi dall’essere messe in sicurezza. E per fortuna che nella bozza di accordo di governo giallofucsia si parla di “porre in essere politiche per la tutela dei risparmiatori e del risparmio”.

Filippo Burla

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