bandiere europeeRoma, 14 ago – L’ennesima lettera, l’ennesima bocciatura. Dopo la (non sorprendente) scoperta che anche per quest’anno la crescita sarà al palo ed il rispetto dei vincoli di finanza pubblica si allontana sempre di più, arriva anche la Commissione Europea a certificare l’incapacità di governo degli ultimi tre esecutivi.

L’ultima “lettera” -ormai così vengono gergalmente chiamate le comunicazioni da parte di Bruxelles- riguarda i fondi europei. Centinaia di miliardi che dall’Europa vengono, lungo i periodi di programmazione, elargiti ai paesi membri con l’obiettivo di potenziare le economie locali e farle convergere verso uno sviluppo comune. Non si tratta di fondi creati dal nulla, ma che risultano dai versamenti fatti proprio dagli aderenti all’Unione. Una sostanziale partita di giro, non automatica ma legata anche alle capacità dei singoli stati membri di “meritare” queste risorse.

Il periodo di programmazione chiuso nel 2013 ha visto l’Italia in cronico ritardo. Dei più di 50 miliardi assegnati al nostro paese, infatti, ne risultano spesi molto meno della metà, con più di 30 miliardi ancora da assegnare.

Prima Monti e poi Letta si sono trovati con la patata bollente fra le mani. Il pallino del gioco è passato ora al governo Renzi, che ha predisposto un programma di spese. «I fondi europei, negli ultimi anni, l’Italia li ha spesi decisamente peggio di come avrebbe potuto. Il nostro governo cercerà di cambiare il modello cercando di dare più denaro su questioni strategiche, infrastrutturali e importanti per il paese», ha affermato il premier. Detto, (non) fatto: programma inviato a Bruxelles, che lo rimanda agli esami di riparazione di settembre. I rilievi della commissione sono i classici punti di debolezza della macchina amministrativa italiana: mancanza delle condizioni per investire a partire da un preciso cronoprogramma, scarsa capacità amministrativa nella gestione dei fondi, programmi vaghi e poco definiti, non improntati alla crescita o allo sviluppo.

I fondi rimanenti dovranno essere concretamente impegnati, in accordo con la Commissione, entro dicembre del prossimo anno. Il rischio è di perdere una quota rilevante dei fondi assegnati con la nuova programmazione 2014-2020. Si tratta di miliardi freschi, che raddoppiano per ogni singolo progetto dato che la quota comunitaria deve essere affiancata da un cofinanziamento nazionale. Il fatto che ancora così tante risorse siano ferme al palo significa solo una cosa: non siamo più capaci di spendere, se la spesa significa investimenti. Altro che spending review.

Filippo Burla

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