Roma, 18 mar – Il tema delle opere pubbliche in questi mesi ha dominato il dibattito politico. A tenere banco soprattutto il tema della Tav e il prossimo Decreto sbloccacantieri. In attesa dei prossimi sviluppi è utile capire quanto ci è costato finora la crisi di questo settore.

Deficit di competitività

La Cgia di Mestre segnala che, secondo i dati del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il deficit di competitività del nostro sistema logistico-infrastrutturale ci costa 40 miliardi di euro all’anno.

Gli artigiani veneti lamentano inoltre che: “Nel 2017 gli italiani hanno trascorso mediamente 38 ore in situazioni di congestionamento, ovvero nel traffico, rispetto a una media europea di 30 ore”. Infine, sottolinea ancora la Cgia: “Secondo il World Economic Forum, l’Italia si colloca sempre all’ultimo posto per qualità ed efficienza del sistema infrastrutturale tra i dieci più importanti Paesi europei presi in esame”.

Il tema delle opere pubbliche ha anche pesanti ricadute sul piano occupazionale. Per questo venerdì scorso i sindacati sono scesi in piazza con lo slogan “Rilanciare il settore, rilanciare il Paese”. I rappresentanti dei lavoratori denunciano “la più grave crisi dal dopoguerra ad oggi”: dall’inizio della crisi ad oggi si contano 620mila posti di lavoro in meno. Nello stesso periodo sono “scomparse” 120mila aziende. Per la Filca Cisl “le opere bloccate tra piccoli e grandi cantieri sono oltre 600, per un valore di 36 miliardi. Se ripartissero tutti l’impatto sull’occupazione sarebbe di circa 350.000 posti di lavoro”.

Sempre meno spesa per investimenti

L’allarme delle maestranze è condiviso anche dai datori di lavoro. Secondo l’Associazione nazionale costruttori edili “negli ultimi undici anni l’Italia ha perso 69 miliardi di investimenti in costruzioni (-35,1%). Nessun altro Paese al mondo ha fatto peggio”. La causa principale di questa situazione disastrosa è la minor spesa per investimenti. Nel dettaglio si è registrato un calo di 36 miliardi (- 66,1%) nelle costruzioni residenziali private, e di 26 miliardi in opere pubbliche, pari al 54% dell’intero mercato. Si salva solo la manutenzione abitativa (+20,9%) anche grazie ai cospicui incentivi statali.

Questi dati sembrano un inspiegabile paradosso in una nazione che ha l’88% per cento dei comuni con un’area ad alto rischio idrogeologico. Per non parlare poi degli edifici pubblici. Basti pensare alle scuole o agli ospedali. L’Italia, dunque, non ha bisogno del reddito di cittadinanza ma di opere pubbliche.  La via dello sviluppo passa sempre per il lavoro.

Salvatore Recupero

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