Roma, 14 apr – L’inefficienza della nostra Pa è una zavorra per l’economia italiana. Non si tratta certo di una novità. Tuttavia se si vuole rilanciare la crescita non si può fare a meno di risolvere questo annoso problema. Come ha rilevato la Corte dei Conti Europea, contiamo 22,3 miliardi di euro non ancora liquidati dall’Ue a causa dei ritardi che i nostri uffici ministeriali e regionali hanno accumulato in questi anni nella fase di pianificazione/progettazione dei Fondi strutturali di nostra competenza. Inoltre, la nostra Pubblica amministrazione ha uno stock di debito con i propri fornitori di 57 miliardi di euro, 30 dei quali ascrivibili a ritardi superiori ai tempi di pagamento stabiliti per contratto. A denunciare questa situazione è l’ultimo studio della Cgia di Mestre.

I “soldi dell’Ue” che non sappiamo spendere

Per comprendere meglio il grido d’allarme lanciato dagli artigiani veneti è utile definire l’oggetto del contendere. I Fondi Sie generano oltre i due terzi dell’intero arretrato che l’Italia deve incassare dall’Unione europea. Questi ultimi sono gli strumenti attraverso i quali l’Ue cerca di favorire una maggiore coesione economica all’interno dell’eurozona.

Comunque la si pensi sull’Europa, si tratta di soldi nostri che dobbiamo trovare il modo di incassare. Certo, bisogna dire che non è facile farsi finanziare un progetto tramite questi fondi. La burocrazia di Bruxelles ha dei meccanismi infernali. Detto questo, le altre nazioni ci riescono meglio di noi, quindi è necessario invertire la rotta. L’inefficienza della nostra Pa si palesa anche quando il denaro viene da Roma. Facciamo qualche esempio. Il Fondo per lo sviluppo e la coesione deve garantire risorse finanziarie aggiuntive per obiettivi di riequilibrio economico e sociale, con una quota minima di utilizzo dell’80% a favore del Mezzogiorno. Il monitoraggio effettuato dalla Ragioneria dello Stato, aggiornato al 31 ottobre 2018, segnala pagamenti per appena l’1,5% delle risorse programmate (492 milioni su 32,1 miliardi). Ci si ferma all’1,9% per la sottosezione rappresentata dai Patti per lo Sviluppo (276,6 milioni su 14,3 miliardi programmati). Un vero e proprio flop. Non ci può, dunque, stupire del ritardo con cui lo stato paga i propri fornitori.

I ritardi nei pagamenti per i fornitori della Pa

“La nostra Pubblica amministrazione – sostiene il segretario della Cgia Renato Mason – non solo paga con un ritardo inaudito, ma quando lo fa non versa più l’Iva al proprio fornitore. Pertanto, le imprese che lavorano per lo Stato, oltre a subire tempi di pagamento spesso irragionevoli, scontano anche il mancato incasso dell’Iva che, pur rappresentando una partita di giro, consentiva alle imprese di avere maggiore liquidità per fronteggiare i pagamenti correnti. Questa situazione, associandosi alla contrazione degli impieghi bancari nei confronti delle imprese avvenuto in questi ultimi anni, ha peggiorato la tenuta finanziaria di moltissime piccole aziende”.

Le parole di Mason sintetizzano al meglio la situazione, ma è utile anche fornire qualche cifra. L’Italia si posiziona al primo posto in UE per valore assoluto dei debiti commerciali. Nel 2017 lo stato doveva alle imprese ben 31 miliardi di euro (-6% rispetto al 2016). Inoltre, i fornitori della Pa per ottenere il dovuto devono attendere il doppio del tempo rispetto alla media Ue. Questi dati uniti alla pressione fiscale e alla stretta creditizia spiegano la nostra scarsa competitività. Non serve a nulla incensare il coraggio delle nostre Pmi se poi i governi le fanno morire d’inedia.

Salvatore Recupero

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