Buenos Aires, 2 dic – Clima, immigrazione e, soprattutto, commercio internazionale. Con il tema del protezionismo a fare da convitato di pietra Questi i temi all’ordine del giorno dell’ultimo G20, l’incontro fra le nazioni più industrializzate del mondo conclusosi ieri a Buenos Aires con una dichiarazione congiunta che mostra come sia ancora il presidente americano Donald Trump a voler dettare l’agenda dei lavori.

Se sul sostegno all’accordo di Parigi sul clima la mancata firma Usa era annunciata, il vero colpo Washington l’ha affondato sul tema del protezionismo. Pur riconoscendo il commercio internazionale e gli investimenti come “motori importanti della crescita, della produttività, dell’innovazione, della creazione di occupazione e di sviluppo”, i grandi della terra “prendono nota dei problemi commerciali attuali”. Un bel salto dal comunicato rilasciato dopo l’ultimo G20 di Amburgo, quando si parlava invece, con una formula che voleva dire tutto e il contrario di tutto, di “continuare a lottare contro il protezionismo, incluse le pratiche commerciale ingiuste, e a riconoscere il ruolo di strumenti legittimi di difesa del commercio”.

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Non solo. Il comunicato finale riconosce anche che il sistema attuale degli scambi, incapace di garantire crescita, sviluppo e posti di lavoro. Pur premettendo un generico impegno “a utilizzare tutti gli strumenti politici per una crescita forte, sostenibile, equilibrata e inclusiva e per salvaguardare i rischi di ribasso, intensificando il dialogo e le azioni per rafforzare la fiducia”, si prende atto che “l’Organizzazione mondiale del commercio ha fallito i suoi obiettivi“, per cui il G20 auspica “una sua riforma”. Seconda rete di Trump, che alla vigilia dell’incontro aveva paventato la possibilità di abbandonare la Wto. Per il tramite dei suoi accordi passa infatti il 95% del commercio mondiale, ivi incluso quello cinese contro cui da mesi – e a suon di dazi doganali – Washington sta lanciando i propri strali.

Filippo Burla

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