Roma, 6 feb – Una storia di 159 anni bruciata nell’arco di un lustro, da quando i turchi di Toksoz hanno messo le mani sul marchio. Con la colpevole assenza del governo, incapace di impostare anche solo una parvenza di politica industriale. Si chiude così la storia di Pernigotti, il cui futuro – almeno per lo stabilimento di Novi Ligure e per le sue centinaia di lavoratori – è sempre più incerto.

Ieri al ministero dello Sviluppo economico si è tenuto l’incontro relativo alla vertenza. L’unica buona notizia è la concessione della cassa integrazione straordinaria, che coprirà 12 mesi per i 92 dipendenti Pernigotti. Esclusi invece i circa 150 interinali, che potranno contare solo su altre forme di sostegno del reddito. Scopo dichiarato della Cigs è pervenire ad una rapida reindustrializzazione del sito, a conferma che la proprietà turca intende smobilitare totalmente.

Una soluzione, questa, che sconfessa le promesse di Luigi Di Maio, ieri assente al tavolo in quanto impegnato in Francia a rinsaldare l’asse tra M5S e Gilet Gialli in vista delle europee. Non più tardi di un mese fa, facendo visita all’azienda, assicurava che avrebbe tutelato a tutti i costi il marchio. Niente da fare: i turchi non hanno mai avuto intenzione di cederlo, avendo di fatto già esternalizzato la produzione Pernigotti in un altro sito, la Laica di Arona (No). Diventa così più difficile trovare potenziali acquirenti, dato che chi si era fatto avanti aveva manifestato interesse solo per la combinazione marchio più stabilimento. Ad oggi rimangono così in piedi solo alcune ipotetiche cordate pronte a riassumere meno della metà dei dipendenti. Magro bottino per un ministro che annunciava urbi et orbi la volontà di creare una banca pubblica per sostenere gli investimenti ed evitare il ripetersi di casi come questo.

Filippo Burla

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