industria aiuti di statoRoma, 3 gen – Con la vicenda del salvataggio (a danno dei risparmiatori) dei quattro istituti di credito – Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti – finiti all’interno del decreto salvabanche, è tornato in auge il vecchio refrain degli “aiuti di Stato”. Non che sia mai andato in soffitta, dato che il vigile di Bruxelles è sempre in agguato e pronto ad elevare la contravvenzione. Ma qui le cifre sono importanti: nel volo degli stracci a livello comunitario non è mancata l’osservazione di come la Germania abbia speso qualcosa come oltre 250 miliardi per sostenere le proprie banche, senza che la Commissione dicesse alcunché. Non va meglio a Irlanda, in cima alla classifica con 350 miliardi, seguita dalla Francia con 158 e dalla solertissima Olanda con 95. L’Italia si colloca in fondo alla classifica, con “solo” 15 miliardi utilizzati, molti dei quali peraltro sotto forma di prestiti – Tremonti-bond prima e Monti-bond dopo – che hanno permesso all’erario di incassare pure qualcosa in termini di tasso di interesse.

La questione è stata però, in ultimo, sollevata durante la gestazione del decreto che ha messo (per ora) in sicurezza Boschi senior e altri. Fra le varie proposte, era circolata infatti l’idea di avvalersi del fondo a tutela dei depositi come strumento di aiuto nella risoluzione della crisi delle banche locali. Dall’Ue è però arrivato un secco no: “Se uno Stato membro opta per il fondo di garanzia dei depositi per ricapitalizzare una banca è soggetto alle regole Ue sugli aiuti di Stato”, si legge nella lettera ricevuta dal ministro Padoan lo scorso 19 novembre.

Ma cosa sono questi fantomatici aiuti di Stato? Il Trattato di Lisbona, all’articolo 107, primo comma, sancisce: “Sono incompatibili con il mercato interno, nella misura in cui incidano sugli scambi tra Stati membri, gli aiuti concessi dagli Stati, ovvero mediante risorse statali, sotto qualsiasi forma che, favorendo talune imprese o talune produzioni, falsino o minaccino di falsare la concorrenza“. Definizione molto vaga e che i successivi commi non aiutano a chiarire, fatte salve alcune dichiarazioni di principio che però devono poi sottostare alla prova dei fatti. In definitiva, a discrezione della Commissione – soggetto titolato all’accertamento della presenza o meno di alterazioni della concorrenza – quasi qualsiasi erogazione pubblica può rientrare nella fattispecie degli aiuti di Stato, facendo scattare le conseguenti procedure d’infrazione.

Gli Stati membri, da parte loro, possono presentare le proprie controdeduzioni alle accuse della Commissione, ma la discrezionalità attribuita ha carattere pressoché assoluto. Tanto da far potenzialmente ricadere – come detto – nella nozione di aiuti di Stato tutto ciò che Bruxelles ritenga di farvi rientrare. E’ così che nasce un’arma di ricatto capace, volendo, di bloccare ogni iniziativa pubblica. Sì, perché se parliamo di politica industriale questa non può limitarsi alle (consentite) riduzioni globali e generalizzate di tasse e imposte, ma ha bisogno anche di misure selettive, settore per settore se non addirittura azienda per azienda. Qualora il governo, ad esempio, dovesse decidere di intervenire direttamente per salvare l’Ilva e con essa l’industria dell’acciaio nazionale – e pure europea, per inciso – nonché un indotto da migliaia e migliaia di posti di lavoro, a giudizio della Commissione la società titolare del siderurgico potrebbe trovarsi un giorno costretta a dover restituire quanto percepito. Segnando, di fatto, la sua fine. L’alternativa c’è e la stiamo già vedendo: un procedere a passi felpati, molto lenti, dialogando continuamente con i commissari Ue alla ricerca della soluzione che più aggrada a questi ultimi. Con un dispendio di tempo esiziale nella veloce epoca in cui ci troviamo. L’esigenza di tutelare a tutti i costi la concorrenza, pur andando contro la manifattura: nella schizofrenia dell’Unione Europea succede anche questo.

Filippo Burla

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