Roma, 7 apr – Si stava meglio quando si stava peggio. Alla grande. E nonostante quanto si continuino a affannare e ripetere esperti più o meno a libro paga. La pressione fiscale dell’Italia ancora in possesso di una propria sovranità della Prima Repubblica era nettamente inferiore all’attuale: in 40 anni è cresciuta di oltre 11 punti. Basta leggere la serie storica messa a punto, su dati Istat, dalla Cgia di Mestre.

Con Cossiga sotto controllo, con Monti il picco

Nel 1980, mentre impazzavano i paninari in tutta Italia e al governo era Francesco Cossiga, la pressione fiscale si attestava al 31,4 per cento. Già nel 1993, guarda caso quando le svendite del patrimonio pubblico avevano preso il via dopo il battesimo ricevuto a bordo del piroscafo reale Britannia, con le multinazionali angloamericane, ma anche francesi, a fare shopping in cerca di società, specialmente agroalimentari e di meccanica di precisione, la pressione fiscale è già al 42,9 per cento. Al governo erano Amato e Ciampi, tanto per dire.

E se Berlusconi riesce, tra il 2002 e il 2005, ad arrestare la marea fiscale al 39,1 per cento, da allora la spremitura degli italiani è stata costante, sino a arrivare a un clamoroso 43,6 per cento, non casualmente sotto le grinfie del governo Monti. Nel 2018, segnato dal passaggio del testimone da Gentiloni a Conte, si è attestata al 42,2, mentre per il 2019 siamo al 42,3 per cento.

Crescita al ribasso, pressione fiscale al rialzo

Ma a preoccupare la Cgia è la revisione al ribasso della crescita, un particolare che rischia di spingere di nuovo vicino al 43 per cento la soglia. “Nel dicembre scorso – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia Paolo Zabeo – il Ministero dell’Economia aveva previsto una crescita dell’1 per cento del Pil che avrebbe contribuito a far salire di poco la pressione fiscale del 2019, esattamente al 42,3 per cento. Ora, con un Pil che quasi sicuramente supererà di poco lo zero, il peso fiscale è destinato ad aumentare in misura più consistente rispetto alle previsioni. In questo momento, tuttavia, è ancora prematuro stabilirne la portata: per avere maggiore contezza dovremo aspettare i dati della trimestrale di cassa. L’asticella, comunque, è destinata a salire ed è molto probabile che si attesterà appena sotto la soglia del 43 per cento”.

Nessuna nuova tassa, sia chiaro, ma la pressione fiscale è data dal rapporto tra le entrate fiscali e quelle contributive sul Pil. Se si abbassa il denominatore è quasi certo che il risultato del rapporto è destinato ad aumentare. “Con una pressione fiscale che negli ultimi decenni è salita costantemente senza che ciò abbia comportato un incremento dei servizi offerti a famiglie e aziende – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – si sono sacrificati i consumi e gli investimenti. Inoltre, è diventato sempre più difficile fare impresa, creare lavoro e redistribuire ricchezza. Alle piccole e piccolissime imprese, in particolar modo, il calo dei consumi delle famiglie ha creato non pochi problemi finanziari, costringendo molte partite Iva a chiudere definitivamente l’attività”.

Attenzione alle commissioni bancarie

E, ricorda la Cgia, attenzione al possibile rincaro delle commissioni bancarie. I soggetti economici che subiranno un deciso aumento del carico fiscale saranno le banche, le assicurazioni e le grandi imprese. Se per i primi due soggetti l’aggravio di imposta nel 2019 sarà pari a 1,8 miliardi di euro, per i secondi il maggior gettito peserà per 2,5 miliardi di euro. “Non è da escludere – conclude Zabeo – che gli istituti di credito riversino sulla clientela i maggiori costi causati dall’inasprimento fiscale. Come? Ritoccando le commissioni bancarie che, ricordo, incidono ormai per il 40 per cento circa dei ricavi netti delle banche. In buona sostanza, bisognerà fare molta attenzione affinché i costi dei conti correnti, i servizi bancomat/carte di credito, le operazioni di incasso/pagamento, la collocazione dei titoli e le gestioni patrimoniali non subiscano aumenti ingiustificati”. Di cui nessuno sente il bisogno.

Fabrizio Vincenti

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  1. C’è ne siamo accorti. La cosa grave è che se ne sono accorti pure i sinistrati, ma loro non sono italiani, sono italioti

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