Roma, 03 lug –  L’idea di introdurre un price cap, ovvero un tetto al prezzo del gas a livello europeo, è una battaglia che il governo italiano porta avanti da mesi. Una linea politica vista di buon occhio anche dal G7 che nel suo comunicato finale ha espresso apprezzamento per “la decisione europea di esplorare con i partner internazionali soluzioni per frenare la crescita dei prezzi dell’energia, inclusa la fattibilità di introdurre un tetto temporaneo ai prezzi di importazione quando appropriato”. Tutti d’accordo, dunque? Non proprio. Andiamo con ordine.

Cos’è il price cap?

Intanto, cerchiamo di capire cos’è il price cap e il suo meccanismo di funzionamento. Di fatto si tratterebbe di individuare un meccanismo per fissare un tetto nelle piattaforme di negoziazione del gas e petrolio, un prezzo al di sopra del quale gli operatori europei non possono comprare. Per il gas, ad esempio, l’ipotesi è quella di una soglia massima tra gli 80 e 90 euro a megawattora. I vantaggi sarebbero sotto gli occhi di tutti. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi è convinto che: “L’imposizione di un tetto al prezzo del gas russo consentirebbe di ridurre i flussi finanziari verso Mosca”. In più, secondo il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, questo meccanismo consentirebbe di attutire gli effetti del caro energia e di scoraggiare la “speculazione su imprese e famiglie”. Inoltre, dato che le tariffe dell’elettricità rinnovabile sono connesse al prezzo della produzione elettrica a gas, il tetto al gas potrebbe spingere a rivedere l’intero sistema delle tariffe. Tuttavia, non è affatto così lineare come potrebbe sembrare. La dimostrazione è che dopo tanti mesi nessuno ha messo nero su bianco una proposta operativa. O quanto meno nessuno l’ha ancora descritta nei dettagli, spiegando come potrebbe essere realizzata.

Le proposte in campo

Nemmeno il governo italiano, che pure se n’è fatto promotore in tutte le sedi internazionali, trovando una sponda persino negli Stati Uniti (anche se Washington si focalizza sul petrolio piuttosto che sul gas). Il G7 si è impegnato a “considerare un bando ai servizi che consentono il trasporto via mare di greggio e prodotti petroliferi dalla Russia (…) a meno che il petrolio non sia acquistato a un prezzo uguale o inferiore a quello che sarà concordato previa consultazione con i partner internazionali”. La proposta dei Sette grandi però implica una modifica al sesto pacchetto Ue di sanzioni con un voto all’unanimità. Ammesso che i 27 riescano a trovare un nuovo accordo, la misura potrebbe comunque essere vanificata dalla domanda di greggio dell’India, della Cina e di altri Paesi asiatici, che si stanno rifornendo sempre di più da Mosca (e che già pagano i barili russi a prezzi ridotti rispetto a quelli di mercato). Come si vede non è poi così semplice abbassare il prezzo del gas e del petrolio per decreto.

Le difficoltà operative

Il price cap, infatti, divide gli europei. Se Italia e Francia sponsorizzano l’iniziativa gli stati del Nord come l’Olanda si oppongono con forza a questo tipo di provvedimenti. Per comprendere l’atteggiamento di Amsterdam bisogna tenere conto del fatto che l’Olanda è un paese produttore di gas e la sua capitale è sede del principale mercato Ue dell’energia. “Non siamo contrari” al price cap sul gas “per principio ma, sulla base delle prove che abbiamo, pensiamo che potrebbe non funzionare come alcuni pensano”, ha dichiarato ieri il premier Mark Rutte. Dunque chi ha ragione? Gli italiani o gli olandesi? Difficile dirlo. Se fosse possibile applicare veramente il price cap avrebbe ragione sicuramente Mario Draghi. Il problema è che non basta stabilire un prezzo per gas e petrolio per calmierarne il prezzo. Intanto dovremmo imporre un prezzo ai venditori di gas e petrolio. E lo dovremmo fare con tutti. Non solo con la Russia ma anche con l’Algeria. Difficile pensare che gli “esportatori” accetteranno queste condizioni. Perché dovrebbero, siamo noi ad essere senza materie prime. Interessante a questo proposito quello che dice  Michele Polo, professore all’Università Bocconi in un intervento su lavoce.info . Polo fa notare che: “Da parte russa c’è effettivamente un unico venditore monopolista, Gazprom, mentre dal lato europeo gli attori sono molto numerosi, ciascuno vincolato da contratti con Gazprom, e abituati dopo due decenni di liberalizzazione a operare in modo indipendente”. “Se vogliamo imporre un price cap- suggerisce Polo- solo a Mosca bisogna che l’Europa parli con una voce sola: il primo e ineludibile passo dovrebbe essere conferire alla Commissione europea il ruolo di acquirente unico per tutte le importazioni via gasdotto dalla Russia e affidare a essa l’allocazione dei quantitativi importati tra i diversi Paesi”. In questo caso potremmo applicare un tetto al gas che passa per i gasdotti. Ma attenzione c’è sempre la controparte. È vero che Mosca non può dirigere altrove il gas destinato via pipeline all’Europa. Ma avviare un negoziato per imporle un taglio dei prezzi sembra un’ipotesi surreale. “Per quale ragione – si chiede Polo – la Russia dovrebbe rinunciare alle entrate di valuta pregiata che oggi alimentano la sua economia, sostengono il rublo e finanziano lo sforzo bellico in Ucraina accettando un prezzo ribassato del gas esportato in Europa? Che tempi e che esiti potrebbe avere un negoziato tra Unione europea e Russia su questa materia cruciale?”.

Insomma, quello del price cap è un vero e proprio rompicapo. È difficile trovare una soluzione senza considerare i rapporti di forza. L’Europa in generale e l’Italia in particolare sono troppo deboli per imporre qualcosa alla Russia figuriamoci per calmierare il prezzo del gas e del petrolio. Se vogliamo abbassare le bollette dobbiamo in prima battuta spendere denaro pubblico (tipo bonus sociali e riduzione delle accise) e nel lungo periodo puntare sul nucleare prendendo esempio dalla Francia. In caso contrario le proposte del governo dei “migliori” lasciano il tempo che trovano.

Salvatore Recupero

La tua mail per essere sempre aggiornato

Commenta